Il giorno della Liberazione dal nazifascismo è anche il giorno delle polemiche. Accanto alle celebrazioni ufficiali all’Altare della Patria, infatti, si è rinnovato un clima di tensione che ha separato di fatto la festa dei partigiani da quella delle istituzioni. E’ successo in diverse città d’Italia e in particolare a Roma.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Vittoriano ha celebrato la ricorrenza con il presidente del Consiglio Mario Monti e i presidenti di Senato e Camera. Napolitano ha deposto una corona d’alloro davanti alla tomba del Milite Ignoto, prima di partire per Pesaro. Da qui il Capo dello Stato ha definito la festa della Liberazione “la festa della riunificazione dell’Italia” e “parla del patto nazionale che unisce il Paese”.

Anche Monti, nel suo discorso, ha tracciato un parallelo tra la Resistenza e l’attuale fase di crisi economica: “Riusciremo a superare le difficoltà economiche e sociali se tutti, forze politiche, economiche, sociali e produttive, lavoreremo nell’interesse del paese e del bene comune”. “Come l’Italia riuscì a liberarsi dall’occupazione nazifascista – ha aggiunto – ora deve imparare a liberarsi da “alcuni modi di pensare e di vivere” che le hanno finora impedito di pensare al futuro delle prossime generazioni.

Napolitano: “Dalla Resistenza lezione di unità”. “La festa della liberazione è la festa della riunificazione dell’Italia” ha detto Napolitano a Pesaro e “parla del patto nazionale che unisce il Paese”. “Dinanzi alla crisi che ha investito l’Italia e l’Europa – ha proseguito il Capo dello Stato – abbiamo bisogno di attingere alla lezione di unità nazionale che ci viene dalla Resistenza e abbiamo bisogno della politica come impegno inderogabile”.

“Dai caduti garibaldini del 1849 prima e dai caduti partigiani di un secolo dopo si trae “il senso della continuità dell’impegno e del patto più solenni che ci legano, il patto dell’Unità nazionale” ha sottolineato il presidente della Repubblica. “Si è giustamente detto e non va dimenticato: la festa della Liberazione è anche festa della riunificazione dell’Italia brutalmente divisa in due, dopo l’8 settembre del 1943, dall’occupazione tedesca”. Per questo, ha aggiunto Napolitano, “bisogna continuare a rievocare e trasmettere la storia” perché ci sono ricordi ed avvenimenti “che non devono mai cessare o attenuarsi nella memoria, perché non si disperdano insegnamenti ed esempi di cui abbiamo ancora oggi avuto bisogno”.

“La politica si rigeneri”. E’ stata l’opportunità, per il presidente della Repubblica, per tornare sulla questione fondamentale della rimodulazione dei partiti: “Occorre impegnarsi – ha spiegato Napolitano – perché dove si è creato del marcio venga estirpato, perchè i partiti ritrovino slancio ideale, tensione morale, capacità nuova di proposta e di governo”. Un passaggio del discorso sottolineato da molti applausi che d’altronde hanno accompagnato l’intera visita di Napolitano a Pesaro (“Presidente, tenga duro”, “Ci resta solo lei” hanno gridato molte persone).  “La politica, i partiti, debbono, rinnovandosi decisamente, fare la loro parte nel cercare e concretizzare risposte ai problemi più acuti confrontandosi col governo fino alla conclusione naturale della legislatura. Non esitino e non tardino i partiti a muoversi concretamente” per fare le riforme che la gente attende: come quella sul finanziamento ai partiti (con “nuovi criteri e limiti”). E’ in gioco il ruolo dei partiti, ma si tratta anche di una lezione ai “demagoghi”.

“I partiti facciano la propria parte – ha insistito Napolitano – si rinnovino per non dare fiato alla cieca sfiducia contro i partiti e a qualche demagogo di turno”, anche perché “nulla ha potuto e può sostituire il ruolo dei partiti nel rapporto con le istituzioni democratiche”. “Vedete – prosegue Napolitano – la campagna contro i partiti, tutti in blocco, contro i partiti come tali, cominciò prestissimo dopo che essi rinacquero con la caduta del fascismo: e il demagogo di turno fu allora il fondatore – ricorda il Capo dello Stato – del movimento dell’Uomo Qualunque, un movimento che divenne naturalmente anche esso un partito e poi, in breve tempo, sparì senza lasciare alcuna traccia positiva per la politica e per il Paese”.

Monti: “La Resistenza è un pilastro”. Il presidente Monti ha visitato il museo storico della Liberazione, in via Tasso: “La Resistenza è, con il Risorgimento, uno dei pilastri su cui sono fondate la nostra democrazia e nostra libertà, beni inalienabili dell’individuo – ha dichiarato – La visita di queste stanze è stata per me commovente: su queste pareti è testimoniata l’esperienza di chi ha sofferto per il Paese che ci richiama al fatto che il 25 aprile è la Festa di Liberazione di tutti gli italiani”. Per Monti dunque “si tratta di rigenerare un’esperienza di liberazione, meno drammatica, certo, ma di liberazione da alcuni modi di pensare e vivere a cui ci eravamo abituati e che impedivano al Paese di proiettarsi nel futuro. Sui muri di questo museo c’è l’evidenza di un’esperienza drammatica di tanti giovani che hanno contribuito, con le loro sofferenze, a liberare il Paese. Oggi ciò che viene richiesto a ciascuno è meno grave, meno drammatico, ma richiede la stessa complessità corale di impegno”.

Roma. Al 25 aprile a Roma si è arrivati dopo che l’Anpi aveva chiesto al sindaco Gianni Alemanno e alla presidente della Regione Renata Polverini di non partecipare per evitare le contestazioni che hanno contraddistinto le celebrazioni degli anni scorsi. Ma non solo: non è passata inosservata l’assenza di Comune e Regione ai funerali di Rosario Bentivegna, figura centrale della Resistenza romana, scomparso alcune settimane fa. Oggi il sindaco ha confermato che “non è pervenuto nessun invito ufficiale, ne prendo atto senza farne un dramma. Ci sono molti modi per ricordare il 25 aprile e faremo in modo che la città di Roma ricordi l’anniversario”.

La Polverini, dal canto suo, non ha partecipato al corteo dell’Anpi ed è stata ringraziata pubblicamente dall’Anpi di Roma Vito Francesco Polcaro. “Ringrazio l’Anpi per l’invito e per avermi in qualche modo fatto capire che forse non era opportuna una mia presenza perché il corteo rischiava di diventare violento” ha dichiarato la Polverini parlando al termine della visita con Monti alle Fosse Ardeatine. La presidente ha aggiunto di prendere “atto che ci sono sempre violenti che impediscono a chi ha voglia di lanciare un messaggio di unità di farlo”. “Purtroppo – ha aggiunto – malgrado gli appelli all’unità del presidente della Repubblica mi pare che continui ad essere un sogno, almeno per quest’anno, ancora irrealizzabile nel nostro Paese”. A questo punto, ha aggiunto la governatrice, “non ho voluto rovinare quella che considero una festa di tutti gli italiani”. 

Non è la stessa versione fornita da Polcaro: “Non ho sentito personalmente la Polverini. Prima mi hanno detto che la sua rinuncia alla manifestazione era stata adottata per impegni istituzionali, poi invece per motivi di ordine pubblico. Posso assicurare alla presidente, anche se in ritardo, che non ci sarebbe stato alcun problema nella parte del corteo da noi gestita”. La vice presidente dell’Anpi di Roma Elena Improta ha chiarito che “l’Anpi avrebbe garantito la sicurezza della presidente Polverini, qualora avesse partecipato al corteo, posizionandosi in testa dove c’eravamo noi a controllare la situazione”. 

Riccardi: “Contestazioni minoritarie”. La festa non è stata comunque rovinata secondo il ministro per la cooperazione e l’integrazione (oltre che storico) Andrea Riccardi: “L’alta affluenza e la festosa atmosfera che si sono oggi registrate in tutta Italia per celebrare il 25 aprile – afferma – dimostrano quanto questa ricorrenza sia tutt’altro che sbiadita nella coscienza e nella cultura comune del Paese. Spiace però che qualche minoritaria contestazione alle istituzioni-  ed a alcune delle personalità che le rappresentano – abbia creato motivi di polemiche e divisione proprio a Roma. Il fatto che personalità politiche, di diversa estrazione, abbiano espresso il desiderio di voler partecipare alle celebrazioni del 25 aprile attesta la forza e l’alto grado di condivisione oggi raggiunto dal patrimonio politico e culturale della Liberazione. Turbare questo processo così importante, mi pare offendere quei valori democratici a cui tutti crediamo”. 

Milano. A Milano è stato il presidente della Provincia Guido Podestà ad essere oggetto di contestazioni. Alcuni manifestanti hanno urlato, fischiato ed esposto cartelli con scritto “Podestà spalleggia i nazifascisti, vattene”. A nulla è servito l’appello del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, accolto da lunghi applausi al suo arrivo alla testa del corteo per il 25 aprile, che aveva chiesto ai partecipanti di non contestare Podestà, già a dicembre scorso oggetto di bordate di fischi nelle celebrazioni per la strage di Piazza Fontana. “Lancio un appello: le contestazioni non servono a nulla, ma bisogna guardare avanti”. Ma non è servito.

Bordata di fischi dai manifestanti in piazza Duomo quando dal palco l’assessore regionale alla casa, Domenico Zambetti, ha iniziato il suo intervento citando Roberto Formigoni. Si sono sentiti insulti e urla poi Zambetti ha continuato il suo intervento. 

Inevitabile che nella commemorazione del 25 aprile siano entrati anche temi di attualità. E’ successo con il discorso di Napolitano, è successo anche al corteo di Milano dove sono spuntate bandiere No Tav.

Cagliari. Alta tensione a Cagliari per il rischio di incidenti tra antifascisti, che hanno organizzato il corteo per la Festa della Liberazione, e i militanti di destra che ne hanno organizzato uno in ricordo dei caduti della Repubblica di Salò. Qualche accenno di scontro in tarda mattinata in piazza Gramsci, tra alcuni esponenti del coordinamento antifascista e le forze dell’ordine, che hanno ordinato lo sgombero perché la manifestazione non è stata autorizzata. I funzionari della questura hanno fatto arretrare i manifestanti che si sono riuniti dietro uno striscione.Un gruppo di nostalgici neofascisti, autorizzato dalla prefettura, ha poi deposto una corona in memoria dei Repubblichini. 

Salerno. Contestazione anche a Salerno. Una cinquantina di persone se la sono presa con l’assessore provinciale Antonio Fasolino (Pdl). Quando Fasolino stava per prendere la parola la contestazione è diventata più aspra. Tant’è che l’assessore è stato costretto a rinunciare al proprio intervento, sepolto dai fischi e dalle urla dei manifestanti che hanno intonato il canto partigiano “Bella Ciao” e mostrato anche uno striscione con scritto: “I partigiani sono morti per la libertà, Cirielli lo nega, dimettiti”. Il riferimento è alle dichiarazioni sul 25 aprile del presidente della Provincia, Edmondo Cirielli. Tra l’altro, Cirielli ha affermato che oggi debba essere celebrata “la vittoria della democrazia” contro il nazifascismo, ma senza dimenticare “i limiti e le ombre del movimento partigiano”, rivolgendo anche “un pensiero commosso” alle vittime della Repubblica di Salò ed a quelle delle Foibe. Duro il commento del segretario generale campano della Cgil, Franco Tavella: “Le tensioni che hanno caratterizzato la celebrazione del 25 aprile a Salerno sono purtroppo la conseguenza di una vergognosa campagna di provocazione che il presidente della Provincia scientificamente mette in campo ogni anno in occasione della Festa della Liberazione”. 

Ascoli. Contestazioni anche ad Ascoli per il sindaco Guido Castelli e il presidente della Provincia Piero Celani, entrambi del Pdl, durante la cerimonia ufficiale al sacrario di Colle San Marco. Ascoli è città medaglia d’oro al valor militare per la guerra di Liberazione. Una cinquantina di giovani della sinistra e dei centri sociali ha fischiato il discorso del sindaco, e gridato slogan (“Buffone”, “Vergogna”, “Via i fascisti da San Marco”), per poi contestare anche Celani, che ha svolto un intervento molto breve. 

Palermo. Istituzioni e Anpi in manifestazione separate anche a Palermo. Duemila persone hanno sfilato intonando “Bella Ciao” e con le bandiere dell’Anpi, l’associazione dei partigiani che dopo 18 anni ha deciso di tornare a celebrare la Liberazione con un corteo fino al Giardino Inglese. In testa al corteo due gigantografie del sindacalista Placido Rizzotto e del partigiano Giovanni Ortoleva, presi a simbolo della Resistenza, uccisi dalla mafia e dal nazifascismo. “Oggi vogliamo riaffermare i diritti dei cittadini, mentre la politica è impegnata a conquistare la poltrona di sindaco – dice il presidente dell’Anpi di Palermo, Ottaviano Terranova – Avevamo proposto alle autorità di essere con noi – afferma Terranova – ma ci è stato detto di no per problemi di ordine pubblico”. Mentre i partigiani dell’Anpi si radunavano in piazza Politeama da dove è partito il corteo, al giardino Inglese il commissario del comune Luisa Latella ha presenziato alla breve cerimonia istituzionale. 

Lovere: bruciata la lapide per il partigiano. Ma il giorno della Liberazione è stato anche segnato dall’offesa a una lapide che ricorda un giovane partigiano bergamasco, Bortolo Pezzutti è stata bruciata nella notte a Lovere. Qualcuno ha dato alle fiamme il supporto in plexiglass della lapide, che si trova sull’edificio che nel 1944 ospitava il cinema del paese, proprio nel punto in cui il partigiano, allora appena diciassettenne, fu catturato da un gruppo di fascisti dopo essersi rifiutato di togliersi dal collo un foulard rosso. Il giovane fu poi consegnato alle Ss e portato a Bolzano, dove fu trucidato la notte di Pasqua del 1945 dal “boia”, Michael Seifert. Cinque anni fa la sezione dell’Anpi gli ha dedicato una lapide che ora, dopo il gesto vandalico, dovrà essere sostituita.

Vicenza: “Sette volte Resistenza”. A Vicenza invece le mani dei vandali evidentemente con simpatie fasciste avevano cancellato ieri da 7 targhe commemorative la parola Resistenza. Così oggi nella città veneta, il sindaco Achille Variati ha invitato la piazza a ripetere con lui 7 volte quella stessa parola, “Resistenza”. “Sette erano i cartelli – ha ricordato Variati – e sette volte quelle mani ignote hanno cancellato la parola ‘Resistenza’”. Il sindaco ha definito “vandali, ladri e vigliacchi” gli autori dello sfregio. La parola “Resistenza”, ha proseguito Variati, è stata cancellata dai cartelli della città “ma non può esserlo dai nostri cuori e dalla nostra storia. Vorrei che quella parola bellissima e gloriosa la ripetessimo tutti assieme”.

Sanremo. Il sindaco di Sanremo Maurizio Zoccarato (Pdl) è stato fischiato, mentre deponeva una corona di fiori ai giardini Caduti di Nassiriya. “La deviazione del percorso del corteo per andare a commemorare i caduti di Nassiriya ci è parsa inopportuna e scorretta – hanno spiegato i contestatori – sia perchè non rientrava nel programma delle celebrazioni, sia perchè non è stata comunicata ai partecipanti. Molti hanno seguito il flusso di gente senza capire cosa stesse accadendo. Chi si assume la responsabilità di questa decisione? Perché non è stata comunicata? In questa operazione avvertiamo il tentativo di inquinare il significato della commemorazione del 25 Aprile”. Ma la protesta non è piaciuta all’Anpi: “Quella del 25 aprile non è e non deve essere una festa privata”.