Terminato il Gran premio di Formula 1, che ha avuto l’involontario merito di far conoscere al mondo ciò che accade in Bahrein, il sipario rischia di calare di nuovo sulla rivolta in corso nel minuscolo regno del Golfo Persico, raggiunto oltre un anno fa dalla primavera democratica scoppiata in Medio Oriente e Africa del Nord.

Blogger, giornalisti, attivisti, sindacalisti, operatori sanitari, insegnanti di ambo i sessi sono i protagonisti di un movimento di piazza, che parlerà pure a nome della maggioranza sciita discriminata ma che fa richieste universali e ascoltate in altre piazze, sunnite, del mondo arabo: diritti, democrazia, uguaglianza, libertà. Molti di loro sono in carcere, condannati dalle corti marziali a lunghe pene detentive o persino all’ergastolo; come il difensore dei diritti umani Abdulhadi al-Khawaja, che ha iniziato due mesi e mezzo fa uno sciopero della fame che ha superato la durata di quello portato avanti da Bobby Sands nell’Irlanda del Nord nel 1981

A partire dal giorno di San Valentino dello scorso anno, il cuore della rivolta è stato piazza della Perla, al centro della modernissima capitale Manama. A metà marzo la protesta è stata stroncata nel sangue e nei mesi successivi, con l’appoggio delle truppe dell’Arabia Saudita e del Kuwait, le forze di sicurezza bahreinite hanno avviato la caccia al dissidente, assaltando addirittura gli ospedali e licenziando migliaia di impiegati pubblici sospettati d’infedeltà alla monarchia della famiglia al-Khalifa.

Il mondo non ha voluto vedere oltre la cortina fumogena alzata dal governo reale: una cortina fatta non solo dei gas lacrimogeni usati irresponsabilmente (e irresponsabilmente forniti da vari paesi, tra cui il Brasile) durante le manifestazioni, i funerali o persino lanciati all’interno delle abitazioni, ma anche di un abile esercizio di pubbliche relazioni destinato a promuovere l’immagine di un paese stabile.

La scorsa estate, il re Hamad bin Isa al-Khalifa ha nominato una Commissione indipendente d’inchiesta presieduta dall’insigne giurista Cherif Bassiouni. Questa Commissione ha pubblicato un duro rapporto, addebitando alle forze di sicurezza uso eccessivo della forza, arresti arbitrari, processi irregolari, torture e uccisioni e sottoponendo una lunga serie di raccomandazioni per ripristinare lo stato di diritto. Il re ha ringraziato e ha promosso alcune riforme di facciata. Poco o niente è cambiato. Mentre protestavano per l’afflusso di armi russe alla Siria, Gran Bretagna e Usa hanno continuato ad armare il Bahrein.

La polizia del regno continua a sparare contro i manifestanti, anche coi fucili caricati a pallini da caccia. Dal febbraio 2011, i morti sono stati oltre 60. L’ultimo, sabato mattina, 24 ore prima del Gran premio.
La tortura resta diffusa: persone in stato d’arresto vengono sottoposte a brutalità in luoghi di detenzione non ufficiali, compresi edifici governativi non più in uso, veicoli della polizia e luoghi isolati del paese.
Decine di persone restano ancora in prigione, nonostante siano colpevoli solo di aver diretto o preso parte a manifestazioni antigovernative, senza usare né invocare violenza.

Il caso giudiziario più clamoroso riguarda 14 esponenti dell’opposizione, compreso al-Khawaja, arrestati a marzo e aprile 2011. Diversi di loro sono stati torturati. In primo grado sono stati giudicati colpevoli di vari reati tra cui “formazione di gruppi che diffondono il terrore per rovesciare il governo del re”. In realtà, avevano chiesto la fine della monarchia e un governo repubblicano. Il processo d’appello inizia oggi. Amnesty International ha lanciato un appello per la loro scarcerazione.