C’è un’immaginario supercafone che è diventato, inchiesta dopo inchiesta, il retroterra morale (più spesso immorale) della politica italiana, il punto di arrivo delle sue aspirazioni, dei suoi desideri. Per quanto possa sembrare strano, c’è un unico filo che unisce il Kooly Noody di Pier Mosca e il resort dell’ex sottosegretario Carlo Maliconico, le Antille di Roberto Formigoni, il Suv in leasing del figlio di Umberto Bossi e la Porsche slovacca di Massimo Calearo, la vasca da bagno piena di cozze pelose, il patetico mercatino dei diplomini e delle lauree, i diamanti e i lingotti, il giochino delle regalie anemoni che solo un anno fa fecero la fortuna del leader spirituale della Cricca e che oggi sono diventate un sistema di pensiero.

C’è un minimo comune denominatore – insomma – che unisce tutte le storie di piccola e grande oscenità pubblica di questi tempi, le regalìe, le sconocchiatine, i massaggi, e i favoretti munifici distribuiti o bramati come status symbol. La prima cosa che colpisce è l’assoluta trasversalità della febbre super-cafona. Dirigenti giovani e meno giovani, deputati e governatori, sindaci e capi di partito, leader o trote, tutti sembrano uniformati ad un comune imperativo, ad un gusto kitch, a un bisogno di gratuità. Anche le differenze ideali sembrano essere fagocitate da questo pensiero omologante: cadono ugualmente, nella grande febbre supercafona, dirigenti di sinistra o di destra, di centro, di sistema o di antisistema. Impunemente a pancia piena Questo pensiero unico supercafonista, poi, è una sottocultura che si aggiunge ad un’altra sottocultura: quella dello scrocconaggio.

Si è fatta strada in molti leader della presunta classe dirigente che in questi anni ha governato l’Italia un pensiero di impunità. A loro è tutto è dovuto, a loro tutto deve essere pagato, a loro il kitch deve essere riconosciuto come un diritto. E infine c’è un altro male inconfessabile della politica. Un sentimento che le cronache giudiziarie non raccontano, e che anche quelle politiche di solito ignorano, ma che è sempre di più un nuovo morbo che avvelena la politica: la taccagneria. Dietro a questa vulnerabilità alle lusinghe e alla cultura del regaletto, infatti, si nasconde l’idea disperata che il politico italiano ha di se in questi tempi. Servono soldi, tanti soldi, e non si può cedere nemmeno un nichelino, perché il conto in banca è l’unica cosa che ti salverà quando dovrai combattere nel partito e fuori. Sabato intere paginate dei quotidiani erano occupate dalla lenzuolata epistolare di Roberto Formigoni. Una lettera apparentemente scritta con il capo cosparso di cenere, una lettera che vorrebbe essere sincera, e che probabilmente crede di esserlo. Formigoni, per esempio, spiega che lui ha perso le ricevute delle Antille, perché è preoccupato anche di difendersi giudiziariamente. A-sua-insaputismo: la sindrome E così non spiega il perché di quella voglia di esotismo, quella leggerezza (stando alla sua ricostruzione) nel farsi anticipare soldi da altri: “C’è una legge che fa obligo di tenere gli scontrini dei viaggi se questi viaggi non sono per lavoro?”.
Scrive a Carla Vites, la sua compagna di Cl, moglie di uno dei suoi migliori amici, che lo ha infilzato dipingendo, in una lettera aperta, il pericolosissimo ritratto di un narciso anche onesto, ma terribilmente vulnerabile nel suo narcisismo. La Vites raccontava delle migliaia di euro spesi dall’imprenditore-amico Daccò per organizzare un tour di ristoranti di alto rango. Formigoni risponde con una affettuosa e carognesca chiamata di correo: “C’eri talvolta anche tu in quelle vacanze al mare e in quelle cene, lo sai”.

Il politico preso dalla febbre supercafona, insomma, prova a difendersi opponendo lo scudo dell’inconsapevolezza, e quello dell’a-sua-insaputismo. Scajola non sapeva che l’imprenditore e architetto gli stavano pagando la casa, Renzo Bossi intasca i soldi del rimborsino senza chiedersi come arrivano, i beni privati di Rosi Mauro si confondono osmoticamente con quelli della Lega e quelli del Simpa, Lusi se la gode con spaghetti al caviale da 180 euro in conto alla Margherita, a Calearo preme far sapere che ha bisogno dello stipendio parlamentare per pagare il suo mutuo privato, e che la sua Porsche elude le tasse e non le evade. Dopo Moro, il Trota Al futuro antropologo che studierà questo basso impero importa poco chi ha pagato la Porsche, ma piuttosto capire perché il gusto di questa pseudoclasse dirigente si è ridotto alla venerazione del lusso, delle vacanze negli atolli, perché è diventato così supercafone e conformista. Si dirà. Ma i politici rubavano anche ieri, e rubavano sempre. È vero. Ma il supercafonismo ci impone di scoprire perché i politici cadono in tentazione oggi.

Severino Citaristi violava la legge sul finanziamento non per se ma per il partito a cui aveva consacrato la sua vita, e questo – anche se socialmente non meno grave – è sicuramente molto diverso. I politici di ieri pagavano tangenti per sostenere un’idea di sviluppo sbagliata, ma avevano costruito autostrade, opere pubbliche e spesso modernizzazione e benessere, i politici di oggi sembrano tardo-adolescenti privi di bussola, assolutamente centrati solo sulla gratificazione del proprio narcisismo. Infine, sotto la scorza dell’Italia supercafona, sotto il maglioncino a girocollo di Bertolaso & dei suoi simili c’è una cultura del leaderismo che è direttamente figlia di quel narcisismo splendidamente ritratto da Carla Vites. Sono tutti bambini, questi leader, sono tutti ugualmente viziati, sono tutti ugualmente narcisi, e per questo terribilmente vunerabili.
Anche senza santificarlo, Aldo Moro era forse vulnerabile all’idea del potere, Enrico Berlinguer era di certo attratto da un’idea di assoluto, Amintore Fanfani – solo per fare dei nomi a caso – aveva sicuramente il senso e la vertigine della propria figura, ma nessuno di questi leader avrebbe considerato meno che indecente l’idea di venire stipendiati, mantenuti, omaggiati, con soldi pubblici o privati.

Quei leader leggevano libri, studiavano problemi, producevano grandi sintesi politiche, gestivano i loro partiti come ordini monastici, destinati a formare classe dirigente. Questi leader sono tutti arrotolati sul proprio ombelico, non leggono più, non studiano, non costruiscono futuro, vivono prigionieri dei propri staff e delle proprie auto blindate. La classe dirigente supercafona, chiusa in questa autoreferenzialità fa pena. Ed ecco perché questo ossessivo bisogno della gratificazione effimera del lusso, è figlia, soprattutto di una miseria culturale e di una sterilità politica.

Il Fatto Quotidiano, 22 Aprile 2012