Suor Maria Gomez Valbuena (foto Rai)

Le vicende riguardanti i “niños robados” in Spagna non sono una novità. Di casi di bambini sottratti alle madri naturali e poi “venduti” a famiglie adottive se ne contano molti, soprattutto tra il 1963 e il 1970, in pieno franchismo. In principio si trattava di rapimenti ideologici: via i figli a coppie repubblicane o di sinistra per affidarli a famiglie “conservatrici”. Poi, anno dopo anno, il fenomeno si è alimentato per qualcosa di molto più materiale: il denaro.

Una storia già nota nel paese iberico, dunque, anche se nelle ultime settimane un nuovo caso sta facendo discutere l’opinione pubblica spagnola. Forse perché nella vicenda di Pilar Alcalde, sottratta alla madre Marisa Torres nel 1982, l’imputata principale si chiama suor Maria Gomez Valbuena ha ottantasette anni.

Il padre adottivo della ragazza, Alejandro Alcalde, due anni fa aveva pubblicamente chiesto aiuto per rintracciare la vera madre di Pilar, innescando così un caso nazionale che continua a far discutere. Alcalde sostiene di non aver pagato la religiosa e che Suor Maria aveva semplicemente detto che si trattava di una madre senza mezzi economici per mantenere la figlia. La ricostruzione dei giudici è molto diversa: dietro il reato della suora, ci sarebbe un compenso pagato.

La storia di Pilar e della madre Maria Luisa Torres ha dell’incredibile. La donna, cameriera indigente, era sposata e aveva già una bambina. Nel 1981 aveva conosciuto un altro uomo ed era rimasta incinta. Preoccupata che la cosa facesse mandare a monte il matrimonio, Maria Luisa si era rivolta a suor Maria, la quale aveva garantito un posto in una struttura specializzata per la futura bambina, dove la madre avrebbe potuto farle visita a suo piacimento. Al momento del parto, però, le intenzioni della religiosa si erano dimostrato diverse. Prima aveva mentito dicendo che Pilar era nata morta e poi, dopo le proteste della donna, aveva minacciato di denunciarla per adulterio (con la conseguenza perdita anche della figlia nata in precedenza). È così che Maria Luisa Torres ha perso le tracce della figlia, nel frattempo data in adozione alla famiglia Alcalde. Ventinove anni dopo, il colpo di scena, il ricongiungimento e la causa intentata da madre e figlia contro l’ormai anziana suora spagnola.

E lei, un tempo religiosa “dalla terribile freddezza” (così la descrive chi la conosceva), ora decide di non rispondere ai giudici e di mostrarsi fragile, spaesata e ovviamente offesa dalle accuse gravissime. Si è rivolta, però, all’opinione pubblica inferocita attraverso una lettera aperta sdegnata e ferma: “Mi ripugna nel profondo del mio essere, considero inammissibile e ingiustificabile in qualsiasi circostanza e mai ho saputo di separazione di neonati dalla madre biologica attraverso coercizione o minacce. Ho dedicato tutta la mia lunga vita ad aiutare i più bisognosi in maniera disinteressata”. La matassa è intricata e saranno i giudici a doverla sbrogliare. Ma nella vicenda di Pilar Alcalde i fatti sembrano abbastanza chiari, nonostante le smentite di una donna che sta diventando un modello negativo in un’opinione pubblica spagnola inorridita da quanto emerso.