Un rischio, quello di essere una“casta”, che esiste e “va combattuto sul nascere”. Così, in un passaggio della sua omelia per la messa crismale del Giovedì Santo nella cattedrale di San Pietro, l’arcivescovo di Bologna, cardinale Carlo Caffarra, si rivolge ai sacerdoti felsinei.

“Ogni evasione dalla storia – osserva – dalla vita tribolata di ogni uomo, è inammissibile nel sacerdote. Ogni rischio di diventare una casta e, cari fratelli, questo rischio esiste (nessuno di noi ha il problema della casa, nessuno di noi rischia di perdere il lavoro, dal momento dell’ordinazione abbiamo assicurato lo stipendio), va combattuto al suo nascere. Essere uniti con tutti – aggiunge Caffarra – vuol dire essere uniti, come ci ha detto il profeta, con chi ha il cuore spezzato e con chi è privo di libertà; con coloro che sono umiliati e oppressi; con coloro che sono emarginati e disprezzati; con chi è disperato e divorato dal non-senso”.

Rivolgendo ai parroci quella che definisce una “parola di consolazione”, l’arcivescovo di Bologna sottolinea poi che “a volte siamo tentati di pensare che l’estraniarsi da Dio da parte del mondo in cui viviamo sia un processo inarrestabile. Che la costruzione di una cultura, di una civiltà a prescindere da Dio, sia un’operazione risultata vincente e senza ritorno. La conseguenza – ammonisce – potrebbe essere di sentirci come dei ‘residuì di un passato ormai tramontato. Ci viene da pensare che la stessa Chiesa sia come una sorta di ‘aziendà in fallimento. Le tentazioni di rifugiarsi in evasioni pseudo monastiche o spiritualistiche possono attrarci: la ‘fuga dal mondò”.

Pertanto, chiosa Caffarra, “non è al lavoro apostolico che in primo luogo vi esorto. Conosco il vostro eroismo quotidiano, e ne resto sempre edificato: è la fede la nostra forza in un mondo privo di Dio”.