Siamo arrivati alla cinquantunesima vittima italiana. Cinquantuno giovani e meno giovani  italiani morti nelle desolate lande afghane.

Con qualche difficoltà, data l’inesistenza di elenchi ufficiali in rete, ho proceduto alla ricostruzione dell‘elenco delle vittime, una nell’ambito della missione USMA e e le altre cinquanta in quello della missione ISAF: Carmine Calò, Giovanni Bruno, Bruno Vianini, Manuel Fiorito, Luca Polsinelli, Carlo Liguori, Giuseppe Orlando, Giorgio Langella, Vincenzo Cardella, Lorenzo D’Auria, Daniele Paladini, Giovanni Pezzulo, Alessandro Caroppo, Arnaldo Forcucci, Alessandro Di Lisio, Roberto Valente, Matteo Mureddu, Antonio Fortunato, Davide Ricchiuto, Giandomenico Pistonami, Massimiliano Randino, Rosario Ponziano, Concetto Gaetano Battaglia, Piero Antonio Colazzo, Massimiliano Ramadù, Luigi Pascazio, Francesco Saverio Positano, Marco Callegaro, Mauro Gigli, Pierdavide De Cillis, Alessandro Romani, Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville, Marco Pedone, Matteo Miotto, Luca Sanna, Massimo Ranzani, Cristiano Congiu, Gaetano Tuccillo, Roberto Marchini, David Tobini, Matteo de Marco, Riccardo Bucci, Mario Frasca, Massimo Di Legge, Giovanni Gallo, Francesco Currò, Francesco Paolo Messineo,  Luca Valente, Michele Silvestri. Quaranta sono morti negli ultimi quattro anni, a partire dall’inizio del 2008.

Per chi e per che cosa sono morti?
Dal punto di vista del diritto internazionale è chiara l‘illegalità della guerra in Afghanistan, per la sua chiara contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite, che non può essere sanata da alcune risoluzioni del Consiglio di sicurezza a loro volta evidentemente illegittime.

Inoltre, le modalità di questa guerra hanno comportato numerose violazioni del diritto internazionale umanitario dai bombardamenti indiscriminati dei civili fino al recente massacro  compiuto da uno o più membri delle forze di occupazione statunitense.

Anche le prospettive del negoziato appaiono estremamente fragili, secondo un recente rapporto dell’International crisis group. Occorrerebbe al riguardo, come correttamente osservato da questo organismo, un rilancio delle trattative per la soluzione pacifica con il diretto coinvolgimento di tutti gli attori interessati, ma ciò implica la fine dell’intervento militare e il ritiro delle forze di occupazione la cui presenza ha esarcebato il conflitto aumentando la popolarità dei talebani.

L’amministrazione Obama appare al riguardo, come su altri temi, ostaggio delle forze militariste ed imperialiste che da sempre decidono la politica estera degli Stati Uniti. Anche la motivazione originaria di questo intervento appare manifestamente tramontata dopo che è stato liquidato Osama Bin Laden, il quale del resto si trovava in Pakistan, Paese che paradossalmente è un alleato storico degli Stati Uniti, anche se questa alleanza dà chiari segni di crisi.

Che ci stiamo a fare in Afghanistan allora? Solo per dare un pegno della nostra fedeltà agli storici alleati statunitensi. Ma questa alleanza in realtà non ha più senso in questi termini, anche perché non di alleanza si tratta ma di brutale subordinazione… Ben più apprezzabile potrebbe risultare, anche dal punto di vista dei rapporti con gli Stati Uniti una franca e non servile opposizione a una scelta chiaramente sbagliata che ha portato tale Paese in una strada senza uscita,cosa della quale del resto i cittadini statunitensi sono consapevoli,come ripetutamente accertato dai sondaggi. Ma è chiedere troppo a un governo abituato da sempre al servilismo nei confronti degli Stati Uniti, per non parlare di un presidente della Repubblica che oggi appoggia la guerra e l’occupazione come cinquantasei anni fa plaudiva all’intervento sovietico in Ungheria.

Un pegno pari finora a cinquantuno vite umane, per non parlare del costo economico.

Un nonsenso politico e strategico estremamente costoso.

Ultimo, ma più importante di tutti: si tratta di operazione chiaramente vietata dall’art. 11 della Costituzione che prevede il ripudio della guerra e, in combinato disposto con l’art. 52, l’esclusiva destinazione delle nostre Forze armate alla difesa della patria. Del tutto risibile il tentativo di coprire tale evidente violazione con il richiamo dei successivi commi dell’art. 11.

Via dall’Afghanistan quindi e in fretta: è diritto anzi dovere del popolo italiano, a sua volta contrario a questa follia, chiederlo con forza.