Ormai è un dato appurato: le società con donne ai vertici vanno meglio di quelle condotte da soli uomini. Eppure le stesse società, che farebbero qualsiasi cosa pur di massimizzare i propri profitti, non fanno  l’unica cosa che farebbe loro del bene: aprire le porte al gentil sesso. Nelle stanze dei bottoni ci sono sempre e solo maschi. Una Casta in cravatta, che si autoriproduce, si difende a vicenda e stupisce per ottusità.

Un anno fa la commissaria alla Giustizia dell’Ue Viviane Reding, aveva invitato le aziende europee a firmare un patto volontario per nominare più donne nei propri uffici direttivi. Solo 24 aziende sottoscrissero quel documento.

Al gennaio 2012 solo un membro su sette dei consigli direttivi della principali aziende europee è donna, ovvero il 13,7 per cento. Un piccolo miglioramento, si fa per dire, visto che nel 2010 la percentuale era dell’11,8 per cento.

Ma la Commissione Europea punta a una quota del 40 per cento. Continuando di questo passo, fanno notare, ci vorranno 40 anni prima di ottenerla. Che fare quindi? Poiché “l’autoregolamentazione finora non ha portato risultati soddisfacenti”,Viviane Reding non esclude che si possa ricorrere a una legge europea sulla quote rose. “Non sono una grande fan delle quote tuttavia mi piacciono i  risultati che si ottengono”  ha detto Viviane Reding lanciando una consultazione pubblica per generare iniziative che possano aiutare a bilanciare la parità dei sessi.

Ecco gli ultimi dati: in vetta alla graduatoria degli Stati con la massima presenza femminile nei Consigli di amministrazione delle società quotate ci siano Finlandia (27,1%), Lettonia (25,9%), Svezia e Francia (rispettivamente 25,2% e 22,3%). Siete curiosi di sapere dov’è l’Italia? Con una presenza pari al 6,7% – molto inferiore alla media europea – fa meglio solo di Malta, Cipro, Ungheria, Lussemburgo e Portogallo.

I dati parlano chiaro:  l’equilibrio tra componenti maschili e femminili ai vertici aziendali incide positivamente sulle prestazioni delle imprese, sulla competitività e sui profitti.
Uno studio McKinsey dimostra  come le società con un’eguale rappresentazione di genere realizzino profitti del 56% superiori rispetto a quelle senza alcuna componente femminile ai vertici. Un’analisi condotta da Ernst & Young sulle 290 principali società europee quotate in borsa rivela che le imprese con almeno una donna nel cda ottengono utili più alti delle corrispondenti a conduzione unicamente maschile.

Se io fossi l’amministratore delegato di una società, ci rifletterei.

@caterinasoffici