Angelino AlfanoL’aveva messo lì Lui, il mite Angelino, con quel nome da pupazzo bambino. Lui, che quando fa un passo indietro è soltanto per prendere la rincorsa. L’aveva messo lì per età e ovvietà, per obbedienza e convenienza. Diceva: guardatelo quant’è bellino, fra tanti squali almeno c’è un delfino. Pescato fra i replicanti della libertà, l’aveva elevato al seggio di Segretario, proprio Lui che, quel ruolo così importante negli altri Partiti, l’aveva sempre declinato al femminile, e non l’aveva mai consentito a gente senza tette.

E adesso? Cos’è successo? Ha deciso di cambiare pupazzo? Oppure, in un impeto di autismo senile, ha deciso di fare tutto da solo: segretario, presidente, portavoce, capogruppo, quadro intermedio, militante e simpatizzante. “Devo lasciare aperte tutte le porte”, ha detto (un occhio a quelle delle patrie galere), all’Angelino “manca il quid, manca la storia”. No, guarda, dicono che abbia detto l’Angelino, io ce l’ho il quid. Se vuoi te lo faccio vedere, ma intanto ritratta, se no gli squali banchettano sulle mie natiche e poi a te chi ti regge i giochini. Puntuale B. si è sperticato in lodi di A.: leale come un doberman, feroce come un barboncino. Uno che tutti gli altri segretari “se li mangia a colazione”.

Una smentita, Lui lo sa, non si nega a nessuno.