Sì, lo so, accade ben altro nel mondo. E in tutto il mondo c’è gente che muore in carcere. Ma io credo valga egualmente la pena esaminare nei dettagli il caso di Wilman Villar Mendoza, morto venerdì mattina in una prigione di Santiago di Cuba, al termine di uno sciopero della fame durato quasi due mesi. O – per quanti preferiscano adeguarsi alla versione ufficiale – il caso del “delinquente” Wilman Villar Mendoza, morto, nonostante le cure tempestivamente e generosamente somministrategli dallo Stato le cui leggi egli aveva infranto, per un’inarrestabile forma di setticemia nell’ospedale Juan Bruno Zayas, dove era stato trasferito d’urgenza una settimana fa.

Perché vale la pena? Per due fondamentali e piuttosto ovvi motivi. Il primo: perché – grande o piccola che sia – quella di Wilman Villar Mendoza è, comunque, la storia di un’ingiustizia. Il secondo: perché chiudere gli occhi di fonte a un’ingiustizia – grande o piccola che sia – è come chiudere gli occhi di fronte a tutte le ingiustizie. O, se si preferisce, all’universale ingiustizia, all’eterna prepotenza dei carnefici di cui questo caso non è che un infinitesimo ma nitidissimo frammento.

Partiamo, come si usa dire, dai fatti. Anzi, partiamo dai fatti così come vengono descritti nella versione ufficiale del governo cubano, puntualmente ripresa, con assoluta sintonia d’accenti, dalla pletora di blog “indipendenti” che il governo cubano gestisce. Contrariamente a quanto sostengono i nemici (interni ed esterni) della Patria che oggi volteggiano come avvoltoi attorno al cadavere, afferma il governo, Wilman non era né un “dissidente”, né era in sciopero della fame. E in prigione era finito – come risulta da “abbondanti e inequivocabili prove”  – per avere prima brutalizzato sua moglie nel corso d’una lite domestica e, quindi, per aver opposto resistenza all’intervento degli agenti in difesa della consorte maltrattata. La sua morte, prosegue il comunicato governativo, è infine sopraggiunta, nonostante il prodigarsi dei medici, per una malattia contratta quando ancora era fuori dal carcere.

“Cuba
– conclude la nota – si rammarica per la morte di qualunque essere umano; condanna energicamente le grossolane manipolazioni dei nostri nemici, e saprà smantellare questa nuova aggressione (quella di quanti vogliono far passare Wilman per una vittima della repressione politica ndr) con la verità e con la fermezza che caratterizzano il nostro popolo”.

Il caso sembra la replica, quasi esatta, di quello, ormai vecchio di quasi due anni, di Orlando Zapata Tamayo. Anche lui morto in carcere al termine d’uno sciopero della fame. E anche lui prontamente qualificato – dal governo cubano e dalle sue varie appendici, inclusa quella italiana – come “delinquente comune”. Zapata era, per i castristi d’ogni latitudine, un “asociale cronico”, un violento che neppure il carcere era riuscito a domare, costringendo le autorità a trasformare una condanna iniziale a quattro anni per desacato (mancanza di rispetto verso l’autorità), in un virtuale ergastolo di 36 anni.

Nel caso di Zapata, arrestato durante una pacifica manifestazione di protesta per la cosiddetta “primavera negra” – marzo del 2003 – e riconosciuto da Amnesty International come “prigioniero di coscienza”, gli atti violenza consumati in carcere (e sfociati in un sciopero della fame durate 86 giorni), consistevano nella richiesta di vedersi riconosciuti i diritti di detenuto politico. O, per dirla con sua madre, per vedersi riconosciuti gli stessi diritti che, a suo tempo, dopo l’assalto al Cuartel Moncada, il tirannico regime di Fulgencio Batista aveva riconosciuto al prigioniero Fidel Castro Ruz.

Nel caso di Wilman Villar, arrestato lo scorso novembre durante una manifestazione antigovernativa a Santiago, la storia è ancor più squallidamente semplice (o semplicemente squallida). Finito in carcere, Wilman è stato processato, non per i reati commessi (o meglio, non commessi) durante la protesta, bensì per un incidente familiare accaduto quattro mesi prima, a luglio.

Che cosa sia esattamente accaduto quel giorno non è chiaro. Forse Wilman aveva davvero colpito, come sostiene il governo, sua moglie Maritza, o forse no. Quel che è certo è che l’accusa – dissoltasi dopo che tutte le denunce in proposito erano state ritirate – è stata d’autorità riesumata dopo l’arresto di novembre. E che è quindi diventata, pochi giorni dopo quell’arresto, oggetto d’un processo a porte chiuse, durato meno di due ore, durante le quali non è stata ascoltata alcuna testimonianza. Nessuna, nemmeno quella di Maritza – la “vittima” i cui diritti la giustizia cubana afferma d’aver difeso – che oggi dice: “Lo hanno ammazzato”.

Il “delinquente” Wilman Villar era in sciopero della fame perché si considerava (e con tutte le ragioni del mondo) vittima d’un abuso. Una piccola storia la sua. Nel mondo, è vero, accade ben altro. Ed è proprio nel nome di questo “ben altro” – ormai da tempo divenuto l’unico sostegno morale di regimi profondamente immorali – che mi pare sia giusto, oggi, soffermarsi, un attimo almeno, a considerare questo minuscolo brandello di vita e di morte. Giusto il tempo per gridare di fronte ai carnefici (da qualunque pulpito essi scrivano): “Anch’io sono un delinquente”.