Il solito discorso di fine anno del presidente Napolitano. Pieno di esortazioni al sacrificio, alla coesione, all’armonia, neanche fosse un’omelia papale, anche se un Papa ci basta e ne avanza…
Nessuna analisi sulle cause dello stato di crisi né una parola sull’attribuzione delle responsabilità. Cerchiobottismo allo stato puro. E lo chiamano Re Giorgio…

Re Giorgio

Nonno Giorgio a Capodanno
sproloquiò dall’alto scranno
per il solito saluto.
Come sempre gli è accaduto,

pur muovendo la sua bocca
per la trita filastrocca,
pur guardandoci negli occhi
come fossimo i suoi cocchi,

pur muovendo le sue mani
per sottolineare i brani
nei più intensi dei passaggi,
nel mandare i suoi messaggi,

come capita annualmente,
non ha detto proprio niente.
Parlò solo d’emergenze,
sacrifici, sofferenze,

di coesione, d’armonia,
come un prete all’omelia.
Parlò di civil coraggio,
di sicuro salvataggio,

di sconforto da evitare,
come un prete dall’altare.
Siam seduti su un vulcano,
affondati in un pantano,

siamo immersi nella cacca,
ma non ha spiegato un’acca
sul perché ciò sia avvenuto.
Non è affare di un minuto

rovinare una Nazione
come ha fatto il Capellone.
Non c’è stato un terremoto
od un invasion dal vuoto

di ploton di alieni infami
o un terribile tsunami.
Siamo giunti allo sconquasso
lentamente, passo passo,

assistendo freddi e inani
ai progressi quotidiani
sulla via della rovina.
Qualche mite parolina,

qualche firma un po’ affrettata
e non molto meditata.
Un’attesa speranzosa
che tornasse in cielo il rosa,

come dopo un temporale.
Una fede irrazionale,
forse un po’ napoletana,
che, passata la buriana,

tutto quanto si sistema,
San Gennaro come emblema.
C’è la strana sensazione
che sarebbe il Capellone

ancor capo sulla tolda,
se un crisi manigolda
non avesse dell’Europa
fatto un’efficiente scopa

per cacciare quel figuro
e di Merkel un siluro
per mandare infine a picco
quel premier soltanto ricco

di processi, di lacché,
di baldracche e di dané.
La moral? L’anziano nonno
che, svegliandosi dal sonno,

ci prospetta sacrifici
coi qual tornerem felici,
pur se Re Giorgio è chiamato,
per l’Italia non è stato

memorabile sovrano,
ma il ciarlon che in Vaticano
urbi et orbi ci ammaestra
dalla solita finestra.