Chissà cosa avesse in mente Hannah Arendt quando, in una delle sue ultime lettere, scriveva al suo maestro e amante di gioventù Martin Heidegger un accenno sul “carattere d’attacco della filosofia”. Lei di attacchi ne subì parecchi. Non solo in vita: tutt’oggi è da molti considerata un personaggio controverso.

E c’è da giurare che le polemiche sul suo conto sono destinate a rinvigorirsi nei prossimi mesi. L’occasione è del tutto “virtuale”, ovvero il ritorno di Hannah Arendt a Gerusalemme cinquant’anni dopo il processo Eichmann. La regista tedesca Margarethe von Trotta ha iniziato le riprese di un film, semplicemente intitolato Hannah Arendt, su quel processo. Era il 1961: decine di cronisti provenienti da tutto il mondo si trovavano nella sala stampa del Beit Ha’am di Gerusalemme, per seguire il processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann.

Fra questi anche la Arendt, inviata per il New Yorker. I reportages, poi raccolti nel suo libro più famoso apparso con il titolo La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, furono molto criticati e discussi. Qui la filosofa scriveva una serie di considerazioni per nulla scontate: grossolanamente, sosteneva che l’antisemitismo non era sufficiente a spiegare la Shoah, che piuttosto poteva esser inscritta in un fenomeno di comportamenti complessi fatti di azioni banali, perpetrate in maniera non consapevole e trascinate dalla massa. Non solo: criticò anche il tribunale, perché influenzato dall’idea sionista allo scopo di rafforzare il militarismo israeliano e a scapito di un giusto processo. Considerazioni che la portarono a esser invisa in Israele – basti dire che l’edizione del volume in ebraico ha visto la luce soltanto nel 2000, quasi quarant’anni dopo la pubblicazione originale.

Non solo: anche negli ultimi anni una violenta controversia l’ha vista protagonista nel mondo anglosassone. La miccia, due anni fa, un lungo articolo dello storico Bernard Wasserstein, docente in quella Chicago che è stata la palestra americana delle menti filosofiche dove la stessa Arendt insegnò. Esperto di storia ebraica e israeliana, Wasserstein ha affidato al Times Literary Suplement un atto d’accusa senza pari, sin dal titolo: Incolpare le vittime. Hannah Arendt fra i nazisti: la storica e le sue fonti. In breve, lo storico dice: la Arendt non merita l’adulazione postuma di cui è oggetto; la sua opera non resiste alla prova del tempo; il suo complesso rapporto con il popolo ebraico trasparirebbe da un dubbio uso delle fonti antisemite e naziste.

In breve, fustiga quella che chiama la “perversità” della sua visione del mondo, cioè l’insistenza con la quale parlava della “corresponsabilità” degli ebrei nell’antisemitismo, e la interpreta come una sovraesposizione alla letteratura nazionalsocialista. Ben altro rispetto a quanto gli rimproverava Gershom Scholem, che lamentava – l’espressione è diventata celebre – la mancanza di ahavat Yisrael, “amore del popolo ebraico”. Certo, la Arendt non era stata tenera nei giudizi: scrisse che i “consigli ebraici” (Judenräte) creati dai nazisti nel’Europa occupata erano popolati da “pusillanimi della politica genocidaria”.

E sulle persone la sua invettiva non era da meno: il filosofo Adorno, “uno degli esseri umani più ripugnanti che conosca”, Moses Mendelssohn un “filosofo opportunista senza alcuna importanza nel giudaismo”, Alfred Dreyfus “un parvenu parecchio idiota” e Gideon Hausner, il procuratore generale del processo Eichmann, “un tipico ebreo galiziano, molto antipatico”. Insomma, con il film la polemica è assicurata. Ma resta una questione storica. Hannah Arendt riconosceva di non scrivere sine ira ac studio, poiché l’oggettività non poteva esser usata trattando un tema quale la morte. Ma la sua combinazione personale di ira e studio ha dato risultati migliori?