Ciclicamente in Italia si parla di articolo 18. In questi giorni, tuttavia, il dibattito sembra fumoso e parziale, finalizzato a spostare l’attenzione su temi secondari. Il dibattito sull’articolo 18 si inserisce a pieno titolo nella lista di argomentazioni prive di senso che di questi tempi ci circondano. Si sente dire, infatti, che l’austerità aiuta la crescita, che i tagli riducono lo spread, che l’allungamento dell’età pensionabile facilita l’ingresso nel mercato del lavoro dei più giovani, che la libertà di licenziamento aumenta l’occupazione.

Dal punto di vista retorico è chiaro che stiamo parlando di ossimori. Per capirci: ossimoro uguale esercizio retorico che consente di accostare parole di significato opposto, come austerità e crescita, occupazione e licenziamento. Le politiche in questione si basano dunque su antinomie che non solo sfidano la tenuta logica delle relazioni causa-effetto, ma offuscano l’orizzonte di senso e implicitamente tentano di delegittimare qualunque ragionamento concreto. Proviamo dunque a fare un ragionamento concreto.

Nel settembre 2007 sulle pagine di Liberazione si è tenuto un lungo dibattito tra Emiliano Brancaccio, Pietro Ichino e Francesco Giavazzi. L’oggetto del contendere era la seguente domanda: è vero che la libertà di licenziamento aumenta l’occupazione? Il 4 settembre 2007 Pietro Ichino scrive letteralmente: “Non ho mai sostenuto che la rigidità della protezione del lavoro abbia prodotto in Italia un aumento della disoccupazione”. Il 6 settembre Giavazzi, a sua volta, sposta il dibattito sulle liberalizzazioni e cita lo studio di Giuseppe Fiori e Fabio Schiantarelli del Boston College e Giuseppe Nicoletti e Stefano Scarpetta dell’Ocse. Nel commentare la risposta, Brancaccio osserva che in quell’articolo l’indice Epl di protezione del lavoro calcolato dall’Ocse risulta privo di correlazioni con il tasso di occupazione. Peraltro, nello stesso studio, una citazione di Blanchard, economista del Mit di Boston, conclude seccamente: “Le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di occupazione dei vari paesi”. In altre parole: non c’è alcuna relazione tra l’articolo 18 e il tasso di occupazione. Il lettore a questo punto si chiede: ma di che stiamo parlando? Appunto: ma di che stanno parlando?

Cito dal testo di Brancaccio: “La replica di Ichino pare insomma una testimonianza ulteriore delle difficoltà in cui versano i sostenitori della ricetta del lavoro flessibile. Essi usano presentarsi come dispensatori di modernità, laddove invece le loro indicazioni risultano ormai largamente applicate e palesemente fallimentari (80). Peraltro, mentre non ci sono studi che attestano l’attuale effetto positivo della precarietà sui tassi di occupazione, vi sono studi che sottolineano come la precarizzazione del lavoro porta alla deflazione generale dei salari, all’aumento del lavoro nero, a un tasso di disoccupazione che cresce mano a mano che la protezione del lavoro diminuisce. Brancaccio conclude: “Il giusvalorista parla di continuo della flessibilità di cui il sistema ha bisogno, ma non sembra molto convinto di sapere perchè il nostro sistema ha bisogno di ulteriore flessibilità” (80). Se non lo sanno loro, proviamo a fare un’ipotesi noi.

Ci sono due questioni importanti sottese alla riforma dell’articolo 18. La prima è che il reale corollario del suo eventuale smantellamento è il drastico depotenziamento della capacità di rivendicazione collettiva da parte di chi lavora. Tornano a mente le parole del Fmi del 2010: “Le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito”.

Secondo, il dibattito sull’articolo 18 vela questioni più importanti. Il 5 dicembre, non appena varata la manovra, il ministro Fornero ha dichiarato a Ballarò che tutte queste lacrime sono fondamentali per mantenere l’Italia in Europa. Bravi. In Grecia è stato fatto lo stesso e adesso una persona su quattro vive al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione giovanile è al 42%, il tasso di suicidio è passato in tre anni da essere il più basso in Europa ad essere il più alto in Europa, e la denutrizione infantile è in continuo aumento. Nel contempo, in Italia come in Grecia, le uniche cose in crescita sono la precarietà, il suicidio, il mercato nero e la corruzione. Nell’ultimo decennio un terzo delle aziende agricole ha chiuso, mentre i pignoramenti e le procedure di bancarotta sono in continua moltiplicazione.

Mentre il dibattito prova a convincerci che la soluzione a tutto questo è la libertà di licenziamento, qualcuno mi spieghi: si può sapere perché la popolazione tutta dovrebbe pagare, con la corsa al ribasso delle tutele e del salario sociale, politiche di austerità la cui inevitabile conseguenza è la depressione, e il cui unico fine è pagare un debito eteroprodotto?