Bastano pochi istanti di Kalispera di Alfonso Signorini per capire che quel genere televisivo, per fortuna, è completamente morto. Non soltanto per il 12 per cento di share tirando oltre mezzanotte. Un bel culo e un bel seno non fanno più un programma. Uno studio sfarzoso, spensierato e leggero, non fanno più invidia. Un po ’ di frivolezze ben cucinate, parrucche e scollature, non fanno più intrattenimento.

Alfonso Signorini è il passato che svapora lentamente. Non è detto, però, che il futuro sia migliore. Che ci sia più qualità o creatività. Ha ragione Carlo Freccero, che osserva la televisione dal suo piccolo laboratorio di Rai 4 e legge i suoi bollettini al Fatto Quotidiano: “È un terremoto: siamo passati da temi come escort e consumi, alla drammaturgia dell’angoscia sullo spread e sui dilemmi dello sviluppo. Cambia tutto per la politica, ma soprattutto per l’informazione e per il giornalismo”.

Con l’arrivo di Mario Monti siamo diventati tutti più sobri, ma anche tutti più stanchi di vecchi palinsesti berlusconiani, ampiamente condivisi dal Partito democratico di Walter Veltroni e brillantemente camuffati da Pier Luigi Bersani. La televisione assorbe le mode che trasmettono la politica e la gente, e viceversa: per contatto, per osmosi, forse per vizio. Ora si avverte la distanza, che non è solo lo spessore di uno schermo.

Non c’è più fiducia nei telegiornali perché non c’è più fiducia in quei politici che occupano la televisione, così inappuntabili (e ipocriti) nel votare la manovra di Mario Monti, per poi rinnegarla un attimo dopo. Se i partiti non si prendono le proprie responsabilità, perché il cittadino-telespettatore dovrebbe sforzarsi di seguirli e interpretarli?

I quotidiani di ieri riportavano una riflessione, carpita chissà come, del presidente del Consiglio: “C’è bisogno di coesione. Guardate la curva degli interessi sui titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi (spread). Più siamo divisi, più si alza”. Ci hanno spiegato che il governo Monti è una cura al cortisone obbligata per colpe che non conosciamo, ma che dobbiamo espiare. E dunque la televisione, licenziando il circo di nani e ballerine del Cavaliere, ci racconta che qualsiasi soluzione (tasse, pensioni, articolo 18) va accettata, e magari nemmeno discussa.

Che senso ha guardare un telegiornale, con poco tempo e poca voglia di approfondire come i programmi d’informazione (peraltro, rari)? E di conseguenza, che senso ha guardare Kalispera che ci inietta morfina mentre dobbiamo ingurgitare il cortisone?

I momenti più belli di questa settimana li abbiamo visti e ascoltati con telecamere accese e nessuna domanda. Quelle telecamere che rovistano oltre il loden verde del professor Monti. Quando i senegalesi di Firenze ci hanno insegnato l’integrazione senza odio, nonostante un folle abbia ammazzato due di loro. Quando la stazione di Milano, simbolo di ricchezza e crescita economica, si trasforma in luogo di proteste e indignazione. Abbiamo imparato a memoria la lezione europea e ci siamo dimenticati dell’Italia.

Il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2011