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Come potrà essere fatto rispettare davvero il divieto dei social agli under 13?

I minori sono gli unici sui quali possiamo esercitare un controllo diretto. Ma non sono gli unici a subire i danni di questi dispositivi
Come potrà essere fatto rispettare davvero il divieto dei social agli under 13?
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La Commissione europea, con la proposta presentata da Ursula von der Leyen, indica una soglia netta: niente social per gli under 13, dai 13 ai 15 anni accesso soltanto attraverso account limitati e vigilati, autonomia piena dai 15. È una risposta che intercetta una preoccupazione reale. Sappiamo quanto l’uso dei social possa pesare sugli adolescenti, nella fase delicata in cui si formano l’immagine di sé, le relazioni, il rapporto con il corpo e con il giudizio degli altri.

La domanda che mi faccio è però come può una norma, per essere efficace educativamente, essere fatta rispettare davvero e non solo evocata come proclama. Esistono già limiti di età per il porno, per l’alcol, per le sigarette. Nessuno pensa che siano inutili in assoluto. Ma sappiamo anche quanto siano facilmente aggirabili e quanto poco basti una dichiarazione di età inserita in una schermata per trasformare un confine formale in una protezione effettiva.

Con i social il rischio è di replicare questa distanza fra il dichiarato e l’agito. Il legislatore alza una barriera, le piattaforme chiedono un clic, i ragazzi trovano un modo per passare e gli adulti, spesso stanchi o impreparati, restano soli a gestire ciò che la norma ha promesso.

Per un adolescente la coerenza adulta conta molto più di quanto si creda. Una regola continuamente disattesa non insegna la responsabilità, insegna che le regole sono parole da aggirare e che l’autorità degli adulti è soprattutto paternalismo. Non serve quindi contrapporre il divieto alla libertà come se si dovesse scegliere tra permissivismo e repressione. Serve chiedersi se il paradigma sia quello dell’obbedienza o quello della responsabilità.

Il primo concentra l’attenzione sul comportamento del più giovane e pone vincoli a priori. Il secondo chiama in causa prima di tutto gli adulti, le istituzioni e le imprese che hanno costruito un ambiente capace di monetizzare l’attenzione, la fragilità e il desiderio di socialità.

Per anni abbiamo lasciato sviluppare piattaforme governate esclusivamente da interessi commerciali. Algoritmi, pubblicità, contenuti e modalità di relazione sono stati disegnati per aumentare il tempo trascorso online, non per accompagnare un processo di crescita. Il web e i social sono divenuti un nuovo settore di business talmente redditizio che da lì vengono gli uomini più ricchi del mondo. L’essere connessi e interfacciati con gli altri tramite le tecnologie è diventato un elemento imprescindibile del nostro stile di vita.

Poi, quando vediamo gli effetti di questo modello, individuiamo nei ragazzi l’anello più debole della catena e su di loro facciamo ricadere il peso della repressione. È un meccanismo comodo: i minori sono gli unici sui quali possiamo esercitare un controllo diretto. Ma non sono gli unici a subire i danni di questi dispositivi. Anche gli adulti ne sono immersi, spesso senza strumenti critici.

La proposta europea contiene però un elemento che merita attenzione: non parla soltanto di età, ma impone alle piattaforme di dimostrare che i servizi siano sicuri fin dalla progettazione. Limiti allo scrolling infinito, alle notifiche notturne, alla profilazione e ai contatti indesiderati indicano una direzione più seria. La responsabilità non può essere affidata soltanto al genitore che controlla lo smartphone: deve riguardare chi costruisce il prodotto e chi trae profitto dall’uso dei minori. Ma questa parte non può diventare un dettaglio oscurato dall’annuncio del divieto.

C’è poi un dato che gli adulti devono smettere di eludere. Per i nativi digitali la loro esperienza di vita è già “onlife”. Per loro non esistono due mondi separati, quello vero e quello virtuale, ma una continuità fra presenza fisica e simulacri di identità e relazioni virtuali. Lo abbiamo visto anche durante la pandemia, quando proprio l’online ha permesso di mantenere legami che altrimenti sarebbero stati interrotti. Demonizzare in blocco i social è dunque un errore speculare alla loro celebrazione acritica. Il punto è la qualità degli ambienti che offriamo.

Un divieto, se isolato, può perfino accrescere il fascino di ciò che rende proibito. È la logica elementare della trasgressione. Per questo occorrono alternative che fino ad oggi non sono state costruite lasciando libero spazio al mercato che, come abbiamo visto, ha prodotto luoghi pericolosi che hanno l’unico obiettivo di moltiplicare i profitti dei proprietari. Viceversa, una responsabilità educativa sugli spazi virtuali dovrebbe condurre verso piattaforme con regole trasparenti, contenuti controllati, funzioni relazionali e formative.

Perché il divieto è sempre qualche cosa di estremo, ma se non ci sono alternative è un po’ come per la questione della dell’educazione sesso-affettiva. Se l’unico canale di comunicazione sulla sessualità è il porno commerciale che troviamo in rete e non ci sono alternative, è chiaro che gli adolescenti si rivolgeranno a quell’unico canale d’informazione che, guarda a caso, anch’esso risponde all’unica regola del fare soldi.

A questi spazi virtuali dannosi, mancano anche alternative concrete. Luoghi, cioè, in cui gli adolescenti possano incontrarsi, creare, discutere e farsi ascoltare. Nelle nostre città gli spazi di socialità libera per i ragazzi diminuiscono, mentre aumentano gli sguardi che li giudicano e li colpevolizzano. Non possiamo sottrarre luoghi in presenza e poi stupirci se il virtuale diventa l’unico spazio disponibile.

Proteggere non significa rinchiudere. Significa costruire condizioni nelle quali i ragazzi possano diventare gradualmente autonomi, senza essere lasciati soli davanti a un mercato che li considera consumatori e dati da estrarre. Se l’Eu Kids Act servirà a rendere responsabili le piattaforme e a creare alternative credibili, sarà un passo utile. Se resterà soltanto un cartello con scritto ‘vietato ai minori di 13 anni’ rischierà di rassicurare la coscienza delle istituzioni, e la falsa coscienza di qualche esperto paternalista, senza cambiare la vita degli adolescenti.

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