Non sarà facile dimenticare Augusto Minzolini e rinunciare al gioco quotidiano: Tg 1, scopri dov’è nascosta la notizia. Un dramma. Anche per le mamme, più sole senza i suoi consigli: “Come evitare le puzzette dei neonati. Sì, massaggi addominali; no, tisane di mirtilli. Compra il vasettino migliore per la pupù”. L’associazione cani di piccola e media taglia protesta: addio “decalogo del bravo padrone”. I camerieri minacciano lo sciopero, orfani di un insegnamento istruttivo e assiduo: “Diventa un perfetto maggiordomo. Coltello a destra, forchetta a sinistra”. È un buon maestro chi riesce a trasmettere i segreti del mestiere.

Augusto Minzolini ha censurato pacchi interi di notizie, sudore vero, per guadagnarsi il titolo emerito di “direttorissimo”, coniato con mirabile ironia da Silvio Berlusconi, grande elettore e grande protettore. In 30 mesi di guida al Tg 1, spesso in vacanza a spese di viale Mazzini a volte in ufficio a Saxa Rubra, solitario in trincea, Minzolini non ha abbandonato né le navi da crociera né il vascello berlusconiano. Cade in battaglia con la bandiera già ammainata: “Fin quando c’è Berlusconi a Palazzo Chigi, io resto al Tg 1”, disse un giorno di rara sincerità per poi smentire. Non s’aspettava di improvvisare lezioni di giurisprudenza per giustificare la sentenza di prescrizione di David Mills, virtuosamente scambiata con assoluzione: “Ancora co’ ‘ sta storia. Vi ripeto, vi spiego; sono la stessa cosa”. Non fu mai troppo convincente. Come nei giorni di orgoglio socialista, quelli sì emozionanti per i Cicchitto e i Sacconi: “Bettino Craxi statista, capro espiatorio di un sistema”. La scomparsa di fatti e notizie ha espulso i telespettatori e la pubblicità durante i suoi due anni e mezzo nel servizio pubblico. Addio panino e pastone per metterci dentro governo, maggioranza e opposizione.

Il suo telegiornale era un surgelato con prodotti scaduti, un misto di Gasparri, Bonaiuti e La Russa avariati che promettevano riforme e scacciavano i comunisti. Ha seppellito con freddezza le cene eleganti del Cavaliere senza mai citare Patrizia D’Addario, Ruby Rubacuori, bunga bunga, statuetta di Priapo: “Non faccio gossip”. Ha giurato di raccontare la “vita reale”, di solito confusa con la sua vita surreale: in giro per il mondo con la carta di credito aziendale, affezionato cliente di alberghi a cinque stelle fra Dubai, Parigi, Praga, Londra, Palma di Maiorca e Marrakech. Non per vacanze, sia chiaro: “Viaggi di lavoro, incontri con fonti”. E che fonti, di classe e appetito per pranzi e cene da salasso. Impegnato a gestire relazioni e divertimenti, Minzolini ha lasciato la redazione a un gruppo di giornalisti aderenti al potere di B. o di fresca conversione. I più intelligenti. Quelli più realisti del re che aiutano il capo a eliminare i nemici senza sacrificare i fine settimana: Busi, Ferrario, De Strobel.

Minzolini ha recitato monologhi a ripetizioni, editoriali telecomandati che seguivano l’agenda del Cavaliere. Incendi a Napoli per i rifiuti? No, la città è pulita e ordinata, sembra Stoccolma. Telefonate imbarazzanti fra Berlusconi e Lavitola? Intercettazioni gogna mediatica, lapidazione inaccettabile. Mercato di deputati a Montecitorio? No, si dice responsabili. L’Aquila è morta? No, è un capolavoro di efficienza. Per anni, troppo tempo, Minzolini ha mostrato un’Italia che esiste soltanto nei suoi centri benessere. Giornaliste cotonate che apprezzano una Ferrari cabriole perché mantiene la permanente. Code ai ristoranti, resse al supermercato, traffico in autostrada, caldo ad agosto, freddo a dicembre.

Già, la rubrica meteo. L’unico momento di verità, assieme ai numeri del superenalotto.  Adesso che un sobrio oscurantismo s’abbatte sul telegiornale nazionale, avremo nostalgia del perfetto turista a Parigi che s’incartava su accenti francesi e riferimenti storici liceali: “Non accetto che masanielli improvvisati o Robespierre (detto Robespiè, ndr) da strapazzo si ergano a giudici inappellabili su ciò che è buona informazione”. La sua informazione è inodore perché assente. E non c’entra nulla con le puzzette di un bebè.

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2011