Al di là dei dettagli e dei bilanciamenti fra le varie componenti, è chiaro che la manovra economica, con gli ulteriori tagli allo stato sociale, alle pensioni, ai servizi pubblici, ai diritti fondamentali del lavoro così come sono stati disegnati negli ultimi quarant’anni, si colloca dentro quel “pensiero unico” liberista che, nonostante il fallimento dimostrato dalla crisi, resta ancora il riferimento economico su scala internazionale. E, su scala nazionale, costituisce la cifra politica del governo Monti e dei suoi ben educati ministri.

C’è un’immagine che forse sintetizza bene la situazione: a leggere i giornali, guardare la tv, ascoltare i commenti degli esperti, in genere professori universitari o banchieri e finanzieri, il fardello dell’Italia non si chiama evasione fiscale. E nemmeno corruzione; o inettitudine delle sue classi dirigenti; redistribuzione al contrario dei redditi, sprechi e malaffare. No, il fardello, quello che rende la crisi sempre più vicina e il disastro alle porte, ha i nomi e i volti di quei lavoratori che hanno passato 40 anni, ma anche di più, a lavorare onestamente, a pagare le tasse, rispettare le regole, sperare in un futuro diverso per i figli. Nel chiacchiericcio di queste ore, sono loro a dover essere colpiti, sono loro il marcio da estirpare.

L’Inps ha ieri comunicato che nel 2010 i pensionati usciti dal lavoro con 40 anni di contributi, quindi a prescindere dall’età, sono stati 116.013 sui 174.426 pensionati per anzianità complessivi.  Bene! Abbiamo trovato i responsabili della crisi, 116 mila persone che andranno a godersi la vita alle nostre spalle, succhiando le risorse di tutti gli altri. Chi non fattura un euro, ha il Suv intestato alla società e la barca in qualche paradiso fiscale, può stare tranquillo.

Provare a smettere dopo quarant’anni di lavoro è criminogeno. Occorre impedirlo a ogni costo. E per difendere questo diritto occorre salire sulle barricate! Ecco, al di là del giudizio sulle pensioni di anzianità e sulla loro rispondenza alla fase attuale del mercato del lavoro – ma a professori e banchieri andrebbe detto “se 40 anni vi sembran pochi, provate voi a lavorare!” –  a essere inaccettabile è il ribaltamento dell’ordine del discorso. Avremmo capito se in questi giorni si fosse parlato di come recuperare almeno un decimo delle risorse evase allo Stato, colpire la corruzione, riformare la pubblica amministrazione a partire dagli sprechi. E invece, dietro i sorrisi sobri e i comportamenti “a modo”, dietro l’eleganza dei gesti, che sembrano dissolvere in un istante la sguaiatezza pedo-pornografica del berlusconismo d’accatto, dietro l’esibizione del sorriso affabile si nasconde la logica più vecchia del mondo.

Anzi, peggio. Si nasconde la politica più fallimentare del mondo. Il capitalismo mondiale si dibatte in una crisi di fondo dalla metà degli anni ’70. Dall’inizio degli anni ’80 ha applicato le ricette neoliberiste provando a uscire dalla crisi dei profitti e dell’accumulazione complessiva. Ci è riuscito per periodi brevi a spese di sanguinosi effetti sociali: i piani di aggiustamento strutturale del Fmi nel sud del mondo; l’assalto allo stato sociale in Europa; la liberalizzazione degli anni ’90 e poi la finanziarizzazione più sfrenata. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e oggi, con assoluta noncuranza, viene proposta la stessa medicina che ha distrutto il nostro organismo. La bolla del debito sta per esplodere con effetti di centinaia e migliaia di miliardi e l’Italia pensa davvero di risolvere con qualche miliardo rosicchiato ai pensionati e ai pensionandi? Difficile credere alla durata di certi provvedimenti.

Ma il liberismo è così. Non ammette di essersi sbagliato e persevera in una direzione anche quando è chiaro che la sua rotta porterà la nave sugli scogli. Forse chi guida la nave, chi sta al timone, è sicuro che a sbattere saranno proprio quelli che hanno lavorato per 40 anni. Al momento dell’impatto saranno troppo stanchi per mettersi in salvo.