Uno dei libri di argomento economico più importante degli ultimi anni è probabilmente La globalizzazione intelligente di Dani Rodrik (Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 382). L’assunto di fondo di questo libro, che è al tempo stesso un testo di storia, di teoria e di proposta politica, è molto chiaro: la dicotomia tra Stato e mercato, di cui si alimenta gran parte della letteratura economica contemporanea, è una falsa dicotomia. “I mercati – osserva infatti Rodrik – non si creano autonomamente, non si stabilizzano da soli, non si costruiscono le proprie regole e non possono auto-legittimarsi… Nessun paese ha risolto il problema di come garantire il proprio sviluppo senza affidare responsabilità primarie al suo settore pubblico”.

A riprova di questo assunto Rodrik passa in rassegna le principali fasi del capitalismo dal mercantilismo ad oggi, dimostrando come in ogni fase il ruolo dello Stato sia stato fondamentale: nella prima grande globalizzazione, quella terminata con la prima guerra mondiale, ad esempio, l’apertura dei mercati internazionali fu forzata (anche militarmente) dall’imperialismo. “Il libero scambio – insomma – non costituisce l’ordine naturale delle cose”, né è in grado di per sé di garantire l’aumento del benessere sociale.

Tra le pagine più interessanti del volume vanno menzionate quelle dedicate alla fase dell’economia mondiale apertasi con gli accordi di Bretton Woods: si tratta della fase che va dalla fine della seconda guerra mondiale ai primi anni Settanta, che Rodrik giustamente ricorda come il periodo storico di maggiore espansione dei commerci e della crescita su scala mondiale. L’obiettivo che i negoziatori di Bretton Woods si posero fu quello di una globalizzazione moderata, caratterizzata da una liberalizzazione dei commerci regolata, accompagnata da un “abbondante spazio lasciato all’intervento di ciascun governo per soddisfare le esigenze sociali e economiche a livello nazionale”, nonché da un forte controllo sui movimenti di capitale a livello internazionale.

Gli equilibri di Bretton Woods si rompono nel 1971, con la fine della convertibilità del dollaro in oro. E con gli anni Ottanta il mondo si avvia verso quella che Rodrik chiama “iperglobalizzazione”, caratterizzata da una sempre maggiore apertura dei commerci e – soprattutto a partire dagli anni Novanta – dalla liberalizzazione su scala mondiale dei flussi di capitale. Rodrik pone in luce come i risultati dell’iperglobalizzazione tradiscano molte attese e molte speranze che in essa erano state riposte e alimentate – in maniera un po’ fideistica – anche da gran parte degli economisti.

La globalizzazione finanziaria peggiora, invece di mitigare, i cicli economici nelle economie di mercato dei paesi in via di sviluppo”: basti pensare alla crisi dell’Asia nel 1997-1998. In questo contesto, i paesi che crescono di più sono quelli che, come la Cina, creano “un sistema di mercato in aggiunta al piano” e continuano a fare politica industriale (in senso proprio o attraverso la politica valutaria), rifiutando l’apertura totale ai movimenti di capitale. Per contro “i paesi che hanno aperto le loro economie ai mercati dei capitali internazionali, si sono trovati a far fronte a rischi maggiori senza ottenere alcun vantaggio compensativo in termini di livelli di crescita più elevati”.

10 anni dopo la crisi dell’Asia, la deregulation ha colpito severamente il centro stesso del capitalismo, innescando una crisi di portata mondiale che non è ancora conclusa. E ponendo un problema di fondo che dovrà essere risolto: “la deregolamentazione e la ricerca dell’iperglobalizzazione hanno consentito che si creasse un enorme vuoto tra il raggio d’azione dei mercati finanziari e l’ambito della loro governance” (ossia di un loro governo efficace): vengono meno i controlli a livello nazionale, che non sembrano realisticamente sostituibili da regole globali (“il tallone d’Achille della governance globale – osserva Rodrik – è la carenza di rapporti ispirati a una precisa responsabilità”). Questo crea un enorme problema di democrazia. Su questo la tesi di Rodrik è molto netta: se vogliamo conservare la democrazia dobbiamo porre un freno all’iperglobalizzazione.

Occorre – dice Rodrik – “un adeguamento del compromesso di Bretten Woods che sia valido per il ventunesimo secolo”. Questi i suoi criteri principali:

1) “I mercati devono essere profondamente integrati in sistemi di governance”. Questo in concreto significa che “il raggio d’azione dei mercati globali deve essere limitato dall’ambito (per la maggior parte nazionale) della loro governance”.

2) Bisogna riconoscere che “l’organizzazione della governance democratica e delle comunità politiche avviene principalmente nell’ambito degli Stati nazionali”.

3) “Per raggiungere la prosperità non vi è un solo modo”.

4) “I paesi hanno il diritto di tutelare i propri accordi sociali, i regolamenti e le loro istituzioni”.

5) Al tempo stesso, essi “non hanno il diritto di imporre agli altri le proprie istituzioni”.

Su queste basi secondo Rodrik va riformato il regime commerciale internazionale e va disciplinata la finanza globale. Sono parole di buon senso. Personalmente ritengo che in particolare i punti 1), 2) e 4) siano cruciali (gli altri sono forse più scontati), e che la loro importanza ci sia ricordata proprio dal drammatico avvitarsi della crisi a cui stiamo assistendo in questi giorni. Da questa crisi sarà difficile uscire se quegli aspetti non cominceranno a ricevere maggiore attenzione di quella che è stata loro riservata negli ultimi 20 anni.