La speranza, naturalmente, è che Mario Monti ce la faccia. È vero, abbiamo scritto che avremmo preferito le elezioni anticipate al rischio di governi pasticcio, ma se un economista dal prestigio internazionale indiscusso (lasciamo stare gli inutili salamelecchi di chi già lo chiama “padre della patria”) deciderà di intraprendere una pericolosa traversata per salvare l’Italia dalla bancarotta finanziaria, politica e morale, non potremo che applaudirlo.

Il problema è uno solo: in Parlamento ci sarà una maggioranza per l’Europa? E, al di là dei numeri, questa maggioranza sarà coesa abbastanza per realizzare il programma Monti che, dopo le inutili aspirine della premiata coppia Berlusconi-Tremonti, si preannuncia come una cura da cavallo? In un momento così critico si invoca giustamente lo spirito dell’unità nazionale, eppure l’altra sera nel cortile televisivo di Porta a Porta, di unitario c’era ben poco mentre le urla di La Russa e Alfano contro la Bindi (e viceversa) erano la stessa colonna sonora che ci accompagna da anni.

Si può davvero pensare che sulle macerie lasciate dal berlusconismo e dopo essersi scannati con le peggiori ingiurie, tra Pdl e Pd volino improvvisamente le colombe della pace? Al professor Monti non sfugge certamente che il pericolo non si annida tra chi gli ha già detto di no (Bossi e Di Pietro), ma tra chi si appresta a dirgli di sì.

Quali ministeri, per esempio, gli orfani del Caimano chiederanno per sé? Girano nomi poco rassicuranti (Nitto Palma, Matteoli) che se confermati segnerebbero la peggiore continuità con il passato. E poi il via libera di B. sa tanto di trappola. Lasciar decidere a Monti i sacrifici più duri e i tagli più severi. Per poi farlo cadere e mostrarsi in campagna elettorale come l’unico eroe che non ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Attenti a darlo per morto.

Da Il Fatto Quotidiano dell’11 novembre 2011