Se non ci fosse il terrorismo, bisognerebbe inventarlo, deve aver pensato il ministro Maurizio Sacconi evocandolo in una domenica di noia come uno stregone sociale che, invece di guardare le interiora di un pollo morto, per il suo vaticinio preferisce accanirsi con quelle di un metalmeccanico vivo. E già che c’è ci gioca un po’. Stimolandole magari con un paio di elettrodi per una scarica di logica tipo: “Per assumere e svilupparsi, le aziende hanno bisogno di licenziare”. Che va bene anche se letta al contrario, anzi è ancora più vertiginosa. E poi guardare l’effetto che fa.

Ma senza esporsi troppo. Senza uscire dal suo cantuccio caldo. Con le coperte rimboccate dalla scorta che monta la guardia sul suo sonno a spese di tutti, anche dei metalmeccanici che si diverte a tormentare: “Io per me non ho paura, sono protetto”. Giusto. Era protetto anche nel 2002 quando definì Sergio Cofferati, allora segretario Cgil, “il mandante morale dell’omicidio di Marco Biagi”. Anzi “del povero Biagi”. Tralasciando che il suo governo la scorta gliela aveva appena tolta. Fu obbligato alla rettifica pubblica, ma si astenne dalle scuse private. Su quel cadavere lo stregone Sacconi ancora ci campa.

Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2011