Non abbiamo certo bisogno che ce lo ricordi lei. Seduta in prima fila (dove altro sennò?) alla sfilata Versace, Anna Wintour, la granitica e terribile direttora di Vogue America, ma di fatto la zarina di tutto il fashion business planetario (nonché icona ispiratrice de Il Diavolo veste Prada), ha tuonato contro il nostro premier in perenne stato d’erezione (anche di ego): “Sono disgustata e imbarazzata: come può l’Italia tollerare Berlusconi e il suo giro di ragazze? Qui non si può nemmeno più parlare di democrazia. Questa è una dittatura a tutti gli effetti”. E si mette a fare la garibaldina: “Mi piacerebbe: vedere le donne per strada, durante le sfilate di moda, a manifestare contro di lui e contro il malcostume che sta causando. Sta trasmettendo un’immagine squalificante di questo Paese meraviglioso, pieno di bellezza e di opportunità…” E poi un appello accorato al popolo delle fashioniste: “Non sprecatelo e non fatelo sprecare da chi non vi sa governare”.

Solitamente quando parla lei tutto il circo della moda si mette sull’attenti come qualche anno fa se ne uscì che bisognava accorciare il calendario delle sfilate milanesi. Seguì un boato di proteste. A tener il bordo alla sua ultima esternazione, anche la stilista Donatella Versace: Se le donne riscendono in piazza vengo anch’io. Intanto perché non comincia lei?

E così la moda non si occupa solo di orli e merletti, ma si mette a fare politica. Sorride Antonella Matarrese, pluridecennale fashion editor di Panorama: “Si respira aria di rigurgito sessantottino da imagination au pouvoir. In piazza? Subito, contro la volgarizzazione della donna. Del modello papi e bunga bunga non se ne può più “. Berlusconi è ormai indifendibile anche da chi lavora per il suo giornale. “Se ne è accorta anche la moda che quest’anno, tanto per cominciare, ha allungato gli orli e ha proposto una donna più casta“, continua la Matarrese.

Degli stilisti è vietato parlare male: le loro sfilate sono sempre mitiche e i vestiti sono sempre bellissimi. Anche questa, cara Lady Wintour, è la dittatura della moda. Assecondata e tollerata perché gli stilisti pagano la pubblicità sui giornali e se i giornali ne parlano male, loro (gli stilisti) tolgono la pubblicità. Lo sa bene Suzy Menkes, ciuffo di capelli a banana e firma al vetriolo del radical-chic Herald Tribune, che già dal 2009 incominciò ad attaccare lo stile “velina” più adatto ai festini di papi che a rappresentare il made in Italy. A seconda delle sue sferzate, Suzy viene ricevuta come un capo di Stato o non viene più invitata a corte.

Ma adesso che c’è un re più nudo che mai, chi potrà più rivestirlo?

di Januaria Piromallo