Stefano Rodotà fa bene a indicare la natura eversiva dei continui proclami di secessione cui ricorrono Bossi e gli altri leghisti. Si tratta di un partito che ha costantemente agitato questo spauracchio, a volte insieme addirittura a quello della lotta armata, e che peraltro si è caratterizzato per posizioni xenofobe e razziste, fino ad esprimere comprensione per l’autore dei massacri norvegesi per bocca del suo esponente Borghezio. Ora la misura è davvero colma.

Non solo la secessione non è prevista in Costituzione, che al contrario dedica uno dei suoi articoli fondamentali all’unità della Repubblica, ma neanche si può invocare, sul piano del diritto internazionale, il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Infatti, non esiste, mai è esistito e mai esisterà un “popolo padano”, nonostante i patetici tentativi dei leghisti di inventarsi mitologie nazionali. E questo a prescindere dal contenuto concreto del diritto di autodeterminazione e dei suoi presupposti, sui quali rinvio all’articolo sulla questione kurda che ho pubblicato nel 1997 sulla rivista Affari esteri.

Il federalismo, invocato a parole, viene negato nei fatti, comprimendo la capacità di spesa delle autonomie territoriali. In realtà, nell’impreciso gergo politico leghista, “federalismo” non significa rispetto per le autonomie, ma bensì smembramento della comunità nazionale, ovvero l’imposizione dell’impossibilità di invocare diritti che siano uguali per tutte e tutti, da Aosta fino a Lampedusa, per non parlare degli immigrati che si vorrebbero costretti in eterno nella condizione di meteci, o meglio iloti, quindi schiavi, privi di qualsiasi diritto.

In questo senso, non solo i leghisti, ma il governo Berlusconi e le forze economicamente dominanti attaccano e minano il sacro valore dell’unità nazionale. Proprio quest’anno, in cui cade il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, il popolo italiano ha dimostrato il suo attaccamento a questo valore. Bisogna muoversi per realizzarlo nei fatti, rimuovendo, con una politica di effettiva solidarietà sociale e nazionale, le disparità esistenti, siano esse di natura territoriale o sociale. Questo è il modo migliore per rispondere alla crisi.

Il fatto che invece Bossi & C. traggano spunto dalla crisi per rilanciare il discorso della secessione getta luce sulla loro natura di spregevoli opportunisti, che andrebbero espulsi dalla scena politica. E’ stato importante quindi che centinaia di giovani abbiamo manifestato contro la Lega a Venezia.

Può sembrare paradossale, ma non a chi conosce la storia d’Italia, che siano i centri sociali e i settori del sindacalismo vero a impugnare oggi la bandiera della lotta al secessionismo. Ci sono in effetti almeno due modi di guardare all’unità nazionale. Il primo consiste nel “superare” i contrasti e la lotta di classe per riaffermare in sostanza la validità del sistema attuale. Il secondo prevede invece la critica a fondo e il superamento del sistema per distribuire in modo effettivamente equo gli oneri e conquistare un nuovo senso dello stare insieme, contro ogni razzismo e separatismo.

Mi pare evidente che è del secondo tipo di unità nazionale che abbiamo oggi bisogno anche perché il sistema vigente si palesa insostenibile anche dal punto di vista dell’economia, specie dopo il ventennio di berlusconismo, più o meno temperato da brevi interruzioni di inconcludente centro-sinistra, che abbiamo subito e continuiamo a subire, si spera ancora per poco. E perché noi italiani abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, così come abbiamo bisogno dei milioni di immigrati che vivono sul nostro territorio e che devono diventare quanto prima cittadini italiani a tutti gli effetti. Perché l’Italia è il Paese multiculturale per eccellenza, come dimostra la sua storia di secoli e millenni.

E va condannata la repressione poliziesca ordinata illegittimamente da un ministro degli Interni come Maroni, che al contempo continua ad inneggiare al secessionismo. Un paradosso, questo sì, da eliminare al più presto, gettando la Lega Nord nel posto che più le è consono: la pattumiera della storia. Insieme, beninteso, al suo chaperon Berlusconi e al suo codazzo di cortigiani, nonché ai liberisti esasperati che continuano ad invocare il mercato come decisore di ultima istanza. La storia, a ben vedere, già li ha sconfitti, il popolo italiano dica la sua al riguardo, difendendo e attuando, in ogni suo aspetto, la Costituzione repubblicana per ottenere la quale si sono sacrificati, nella lotta contro il nazifascismo, i suoi figli migliori, da Antonio Gramsci ai fratelli Rosselli, dai fratelli Cervi ad Eugenio Curiel, a tanti altri, uomini e donne, del Nord e del Sud.