Quando Tremonti ha annunciato le misure previste nella manovra-bis abbiamo tutti pensato alla stessa cosa. Solo che nessuno, nelle prime 48 ore, ha avuto il coraggio di dirlo: “e la Chiesa?”.

Piano piano sono apparsi i primi post di blog, i primi articoli di giornale, gli editoriali. Poi è arrivata la fanpage “Vaticano, pagaci tu la manovra“. E abbiamo perso un’altra occasione per discutere e, soprattutto, per fare qualcosa di buono per questo Paese.

Quando ci sono due parti chiamate in causa e una chiede all’altro un ridimensionamento delle proprie prerogative (stabilite dalla legge, che ci piaccia o no), bisognerebbe essere precisi e circostanziati. Chiedere una cosa, spiegarne le ragioni e chiuderla lì. Così non è stato.

Una parte ha aggredito l’altra. Ha confuso la ragione (chiedere l’abolizione delle esenzioni fiscali per la Chiesa è una richiesta assolutamente ragionevole) con il diritto di poter dire e fare qualsiasi cosa nei confronti dell’interlocutore. Si è partiti da una richiesta economica, legata alla difficile contingenza del nostro Paese, e si è finiti a mettere tutto insieme, dai preti pedofili alle Crociate, in una critica generalizzata della religione cattolica, dal ruolo delle istituzioni ecclesiastiche sino alla disamina dei compiti svolti quotidianamente dalle parrocchie e dai credenti.

La parte aggredita, così, ha fatto quadrato. Ha potuto cambiare argomento. Ed è cresciuta di numero. Chissà quanti cattolici sono favorevoli all’abolizione di quelle esenzioni fiscali, quanti avrebbero fatto la battaglia d’opinione insieme ai laici, ma hanno preferito contrattaccare davanti all’attacco all’impianto complessivo della Chiesa, privando l’Italia di una spinta davvero collettiva, unitaria e svincolata dal credo religioso dei partecipanti.

La battaglia sulla fede è il modo migliore per non ottenere alcun cambiamento. Così come intitolare una pagina Facebook chiedendo al Vaticano di pagare l’intera manovra finanziaria, una richiesta assolutamente insensata e dunque facilmente delegittimabile. Una pagina, peraltro poi ripresa da tutti i giornali e dunque oggetto di un’ulteriore e più forte ondata di iscritti che giungono dal sempre forcaiolo e irrazionale ‘popolo del web’, indefinito aggregato di persone che si distingue per creare spazi virtuali in cui si insultano prima i politici, poi la Chiesa, poi chissà chi altro.

Perché è questo, se non si fosse capito, il ruolo che spetta ai nuovi media nei racconti dei vecchi media, ed è anche ‘merito’ di pagine anonime come quella di SpiderTruman o questa anti-Vaticano e di chi, purtroppo, casca in buona fede nel tranello pensando di manifestare una semplice adesione a un’istanza (abbassamento dei costi della politica, esenzioni fiscali per la Chiesa) ma finisce imbrigliato in ricostruzioni volutamente superficiali.

Le parole più lucide sulla questione sono arrivate da Angelino Alfano.

Credo nei cattolici che non diventano clericali e nei laici che non si sentono obbligati a esternazioni contro i cattolici.

Certo, la sua credibilità finisce nel momento in cui il suo partito dovesse difendere le esenzioni per ragioni elettorali, così come, a mio avviso, fa chi in queste ore difende un privilegio fiscale sostenendo lo speciale ruolo della Chiesa nelle azioni di volontariato e solidarietà. Nessuno discute il ruolo delle parrocchie come collante sociale e come palestra di comunità, cultura e senso civico. Ma se la Chiesa gode di esenzioni per azioni meritorie, dovrebbero goderne tutti coloro che aiutano il prossimo, anche laicamente. Se invece ne gode per motivi religiosi, tutte le dottrine, dai valdesi ai musulmani, dovrebbero avere eguali diritti.

Ed è per questo che l’emendamento proposto dai Radicali, in cui si chiede di escludere qualsiasi esenzione sull’Ici per gli immobili che svolgono attività commerciali, indipendentemente da eventuali finalità di culto, è la soluzione politica più giusta. Il Parlamento voterà, probabilmente voterà contro, gli elettori si regoleranno di conseguenza.

La Chiesa, dal canto suo, può comunque decidere di chiedere allo Stato di rinunciare alle esenzioni: in tempi di crisi sarebbe una grandissima mossa di marketing, oltre che un atto coerente con la dottrina.

E se questo non dovesse partire dal centro, le periferie possono fare da sole. Lo dimostra Don Paolo Farinella che su Facebook ha scritto: Sono orgoglioso di annunciare che da quando sono parroco, la mia parrocchia di San Torpete paga regolarmente l’Ici perché non mi sono mai avvalso delle esenzioni per motivi etici e di coerenza evangelica e civile. Lo dico per giustizia.