Amy Winehouse aveva 27 anni. Come me. Solo che lei adesso è morta, mentre io sto ancora qui a chiedermiche ne sarà della mia vita. All’estero stanno avanti. Ho letto un sacco di retorica in questi giorni sulla morte di Amy Winehouse: sui giornali, su Internet,persino sui manifesti di Forza Nuova (“Se ti droghi non ti Amy”). Ho letto molto anche su questa “maledizione dei 27 anni”, che consiste nel morire a quest’età in circostanze “non convenzionali”. Beh, lasciate che vi dica una cosa: morire a 27 anni sarà anche una maledizione, ma vivere a 27 anni è una disgrazia. Specie in un paese “non convenzionale” come l’Italia.

Io, che ho 27 anni da 7 mesi, ho capito che la morte è anche una questione sociale e generazionale. Se hai 27 anni oggi, la morte è l’unica alternativa che hai ad una vita precaria. Se cerchi stabilità, certezza nel futuro, c’è solo la morte. La morte è l’unica cosa ad essere rimasta a tempo indeterminato. Non solo: nel campo artistico la morte è il massimo della carriera. È come la censura per la satira. Un artista morto, specie se prematuramente, diventa subito un mito, una leggenda; e nel caso in cui fosse stato un mediocre in vita, una bella rivalutazione postuma non si nega a nessuno. Il pubblico ti rimpiange, la critica ti osanna. La morte ti dà quel senso che la vita non aveva. La morte è un valore aggiunto, e nessuno te lo può togliere.

Visto e considerato tutto questo, ho deciso di morire. A 27 anni. In modo non convenzionale. Se muoio adesso e in modo “non naturale” entro di diritto nel Club 27, accanto a Brian (Jones), Jimi (Hendrix), Janis (Joplin) e Jim (Morrison). Dicono che vale solo se hai anche la J nel nome: ma a parte il fatto che non è vero, dato che fa parte del club ancheKurt (Cobain), comunque il mio nome per intero all’anagrafe è Saverio J. Raimondo – i miei mi hanno messo apposta una J nel nome per garantirmi un futuro. Devo morire adesso, prima dei 28 anni. Non auguro a nessuno di avere 28 anni in questo paese. Ho 5 mesi ditempo. Ce la posso fare, ma mi devo sbrigare. Perché oggi ci sei, domani chissà, c’è il rischio di esserci ancora.

Il Misfatto, 31 luglio 2011