Una lettera aperta che è uno schiaffo agli Ordini professionali. Perché “non fanno la loro parte in tema di lotta alla Mafia e di rispetto dei codici deontologici”. L’Associazione Liberi Professionisti Paolo Giaccone di Palermo, “terza gamba” della lotta al racket insieme a Libero futuro e Addio pizzo, ha attaccato l’Ordine degli Architetti di Torino secondo cui “un Consiglio dell’Ordine non può avviare un procedimento disciplinare a carico di un proprio iscritto –quando sia indagato per fatti di rilevanza penale, quindi anche per mafia – a prescindere dall’esito del procedimento penale, perché non ci è consentito dall’ordinamento giuridico e numerose sentenze di Cassazione lo confermano’”. Secondo l’associazione, però, “tale affermazione è totalmente priva di fondamento” e per questo 700 professionisti hanno già aderito a un manifesto che “oltre a riprendere quanto già regolato dalle norme e dai codici deontologici, possa essere osservato nell’ambito più specifico della lotta al racket del pizzo ed al sistema mafioso”.

“L’Ordine di Torino, come peraltro la maggioranza degli Ordini d’Italia – leggiamo nella lettera – per sottrarsi al suo ruolo sanzionatorio e di vigilanza sulla moralità degli iscritti confonde colpevolmente il piano giudiziario con quello deontologico omettendo di agire in attesa che i processi si concludano dopo anni. In questo modo ritroviamo centinaia di mascalzoni conclamati, condannati anche in via definitiva che continuano ad esercitare la professione indisturbati”.
Il portavoce dell’associazione Giorgio Colajanni spiega: “Le parole dell’Ordine degli Architetti di Torino sono state sottoscritte anche dallo stesso albo di Palermo”. Tuttavia, osserva, “c’è la disponibilità a costituirsi parte civile nei processi di mafia” e di stimolare “una migliore collaborazione con l’autorità giudiziaria, al fine di realizzare un maggiore coinvolgimento di tutti i soggetti, pubblici e privati, nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, per riconquistare quegli spazi di libertà e di democrazia che sono sanciti nella nostra Costituzione”.

Nella lettera dei Liberi Professionisti si ricorda anche una recente decisione del Consiglio nazionale degli Ingegneri che ha deciso la cancellazione dall’Albo di un suo iscritto senza basarsi “sulla sentenza definitiva del Tribunale”, perché “ha avviato un procedimento disciplinare ordinario per violazione dei precetti deontologici, a prescindere dalla liceità o illiceità civile, penale o amministrativa del comportamento dell’iscritto”. Infatti “il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Ingegneri ha ribadito che il giudizio disciplinare si configura come un giudizio autonomo ed indipendente” da altri procedimenti paralleli” perché “coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica non possono essere iscritti negli Albi professionali e, se iscritti, debbono essere cancellati, osservate per la cancellazione le norme stabilite per i procedimenti disciplinari”.

“Nel mondo delle professioni – puntualizza Colajanni – ci sono decine di condannati, ma spesso non c’è un’azione di applicazione delle norme sulla responsabilità disciplinare. E ogni albo, a fronte di comportamenti in violazione delle norme etiche, deve effettuare accertamenti e valutazioni diverse e indipendenti da quanto possa stabilire un Tribunale”. Un concetto ribadito anche dall’assessore siciliano per la Salute Massimo Russo, secondo il quale “gli ordini professionali devono promuovere la cultura della legalità e sapere intervenire quando vi sono comportamenti che – a prescindere dal rilievo penale – mettono in crisi il decoro e la dignità della loro comunità professionale”. Il riferimento va alla vicenda di Domenico Miceli, medico siciliano condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e mai sospeso dall’Ordine. Ma Colajanni ricorda anche il caso di Totò Cuffaro, il senatore condannato per associazione mafiosa e radiato dall’Ordine dei Medici solo dopo la condanna. Tra i casi celebri anche quello del cardiochirurgo Carlo Marcelletti accusato, tra l’altro, di truffa ai danni dello Stato e detenzione di materiale pedopornografico. Ma anche nei suoi confronti non era stata avviata alcuna azione disciplinare.

Colajanni non sa se trincerarsi dietro alle indagini giudiziarie sia dovuto “a un eccesso di corporativismo o collusione”. In ogni caso gli Ordini devono agire sapendo che la sede disciplinare è diversa da quella giudiziaria e sollevare la necessità di procedimenti istruttori per acquisire fatti ed elementi. “Il nostro compito è quello di costituire un movimento collettivo per chiamare ogni iscritto alla responsabilità individuale”, conclude il portavoce. L’obiettivo è quello di raccogliere entro metà ottobre 1000 firme di professionisti per il manifesto contro le mafie e la corruzione. Un impegno per la legalità in cui gli Ordini sono chiamati a partecipare.