Sette ergastoli ai criminali nazisti e circa trenta milioni di euro di risarcimento alle trecento parti civili. Il tribunale militare di Verona ha condannato tutti gli ufficiali e sottoufficiali della divisione paracadutisti “Herman Goehring” e della guardia nazionale repubblicana alla sbarra per gli eccidi che insanguinarono l’appennino tosco-emiliano dal 18 marzo al 5 maggio 1944.

Fu un unico filo rosso di rappresaglie sugli inermi per stroncare la Resistenza all’occupazione nazifascista: 131 le persone trucidate nel comune modenese di Palagano (frazioni di Monchio, Costrignano e Susano), 23 nel reggiano Villa Minozzo (frazioni di Cervavolo e Civago), 240 cittadini nelle province di Arezzo e Firenze intorno al Monte Falterona, 27 nella zona di Monte Morello e 20 tra Mommio e Fivizzano, in provincia di Massa. Non risparmiando sacerdoti come don Giovanni Battista Pigozzi, parroco di Cervarolo ucciso perché si rifiutò di incastrare i partigiani, anziani semiparalizzati, donne e bambini freddati nel silenzio dei borghi modenesi.

Il giudice ha accolto quasi in toto le richieste della pubblica accusa, ossia diciassette ergastoli per omicidio plurimo pluriaggravato e continuato. Gli imputati, dagli 85 ai 93 anni, sono l’allora capitano Helmut Odenwald, gli ex tenenti Karl Friedrich Mess (assolto) e Erich Koeppe, i sottotenenti Hans Georg Karl Winkler, Fritz Olberg, Herbert Wilke (assolto) e Ferdinand Osterhaus, il sergente Karl Wilhelm Stark e il caporale Alfred Luhmann.

Non luogo a procedere ovviamente per Horst Gunther Gabriel, Günther Heinroth e Hilmar Lotz, deceduti prima del processo. In ogni caso nessuno finirà in carcere in quanto le autorità tedesche non hanno mai concesso l’estradizione né permesso l’esecuzione della pena in loco. Resteranno sulla carta i risarcimenti in via provvisionale a superstiti, familiari ed istituzioni (dai 60 ai 200mila euro ciascuno) che avevano citato per danni anche la Repubblica federale tedesca come avvenuto con successo nel 2008 per l’eccidio nazifascista di Civitella.

Tutto è bloccato da quando la Germania ha impugnato le sentenze sulla base del principio di immunità davanti a un tribunale di uno Stato estero, seguita a ruota dal decreto del governo italiano che ne sospende l’esecutività. Ma la gioia delle parti civili, dopo 9 ore di camera di consiglio, 44 udienze, 23 faldoni, 40 avvocati, 50 rogatorie internazionali, 300 testimoni, è tutta per la pagina di verità processuale scritta oggi.

Su una ferita storica per troppo tempo dimenticata mentre nel centrodestra italiano si equiparano vittime civili e partigiane ai nazisti e fascisti senza prima chiedere giustizia per chi si sacrificò per la democrazia e la libertà di tutti. Alla lettura del dispositivo della sentenza, le duecento persone che affollavano l’aula veronese hanno sciolto la tensione in un applauso liberatorio, abbracci e lacrime.

La pubblica accusa è stata rappresentata in aula dai pm Luca Sergio e Bruno Bruni ma immerso tra il pubblico era presente anche Marco De Paolis, capo della procura militare di Roma. Fu lui, quando si trovava ancora a La Spezia, ad affrontare i fantasmi della Norimberga italiana emersi dall’armadio della vergogna, quei 700 fascicoli relativi ai crimini dell’occupazione nazi-fascista scoperti solo nel 1994 in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare capitolina.

Tanti i procedimenti aperti: nel 2007 sono arrivati gli ergastoli definitivi di nove Ss, più 62 milioni di più euro di risarcimenti, per le 770 vittime di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella e San Polo. Nel processo di Verona (una prima assoluta dopo la soppressione del tribunale spezzino) erano state raccolte meno prove documentali, come gli appunti sul diario di Alfred Luhmann relativi alla ‘vendetta sanguinosa’ o la firma di Fritz Olberg sul verbale di sequestro dell’auto in cui furono uccisi due ufficiali tedeschi, episodio che fu l’atto iniziale della strage aretina di Stia Vallucciole: 107 morti all’alba del 13 aprile 1944.

Perciò sono state determinanti le testimonianze e le intercettazioni telefoniche effettuate dalla polizia tedesca su ordine del pm De Paolis. Sì, perchè non c’è mai stato alcun pentimento. I nazisti sono rimasti in contatto costante, organizzando rimpatriate nostalgiche e ricordando gli anni trascorsi in Italia durante la guerra, quando insieme ai fascisti seminarono il terrore per l’appennino tosco-emiliano.

E venuti a sapere delle indagini, hanno cercato protezione nell’associazione tradizionalistica ‘Herman Goehring‘ e concordato versioni di comodo. Nel 2006 Gunther Gabriel apostrofa Luhmann dopo gli interrogatori circa il suo diario: “Mai sei matto? Glielo hai fatto vedere! Io ho sempre detto ‘non lo conosco, mai visto’, anche se c’erano alcuni volti conosciuti. Ma io ho sempre negato”. Emergono anche insulti agli investigatori, “sono venuti anche da te gli imbecilli?”, e particolari terribili. L’ex paracadutista Hilmar Lotz parla dell’ omicidio di un bambino lanciato in aria e usato come bersaglio da tiro a segno. Gabriel in una telefonata del 2006 con Luhmann riferisce di quello che “ha sparato alle donne alla testa”.

In questi mesi sono poi sfilati commilitoni tedeschi, che hanno ricostruito catene di comando e responsabilità degli imputati, e decine di superstiti. Proprio a loro va il plauso più grande. L’avvocato bolognese Andrea Speranzoni, già impegnato nelle stragi di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema e oggi legale di 92 parti civili più la Regione Emilia Romagna, l’Anpi e la Provincia di Modena, ricorda come “queste persone abbiano atteso una vita, seguito un anno di udienze, parlato del massacro dei propri cari. L’accoglimento dell’impianto accusatorio è per tutti motivo di grande soddisfazione – sottolinea Speranzoni – si confermano in un processo dall’esito meno scontato dei precedenti le sentenze sugli altri crimini nazisti. Questo verdetto ripropone con forza la questione che va risolta, la necessità di riconoscere lo status di vittime a queste persone”.