“Siamo tranquilli, non abbiamo alcun timore”, ha assicurato l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti commentando l’annuncio di Moody’s girato ieri su una possibile revisione al ribasso della qualità del debito della società. “Non c’è stato alcun downgrade. È soltanto un’allerta che Moody’s fa dopo aver messo sotto osservazione la Repubblica italiana. Di conseguenza le principali imprese che sono in parte controllate dal Tesoro hanno lo stesso tipo di avvertenze”. Un atto dovuto, quindi, che segue in modo automatico l’annuncio sul debito italiano inviato venerdì sera, a mercati chiusi. Molto più laconico Giuseppe Recchi, il nuovo presidente dell’Eni. “Preoccupato da Moody’s? No”, ha dichiarato stamattina a margine della relazione dell’Antitrust.

Oltre ad Eni ed Enel sono finiti sotto la lente dell’agenzia di rating Moody’s “per un possibile downgrade” (declassamento) anche i debiti del gestore della rete elettrica nazionale Terna, di Poste Italiane e Finmeccanica. Le “rating news” di Moody’s parlano chiaro: “Tutte le imprese che sono entrate nel processo di revisione del rating sono collegate al governo. Il supporto del governo è incorporato nella qualità del loro debito”. E quindi, se il sostegno dell’esecutivo dovesse essere più debole, a causa di un peggioramento della situazione economica-finanziaria dell’Italia, le imprese a controllo pubblico sarebbero le prime a soffrirne. In particolare Enel che, secondo Moody’s, “ha ancora un profilo finanziario debole e dovrà aumentare gradualmente il flusso di cassa” perché “un potenziale declassamento dell’Italia” potrebbe rendere “meno probabile un eventuale supporto straordinario da parte del governo”. Nonostante Fulvio Conti si dichiari “tranquillo”, un declassamento del debito di Enel potrebbe pesare in modo significativo sui conti della società. La società elettrica italiana è la più indebitata del suo settore in Europa. Nel 2007, in seguito all’acquisizione della spagnola Endesa, i debiti di Enel sono saliti da 11,7 a 56 miliardi di euro. L’anno scorso sono scesi sotto i 45 miliardi, grazie anche ai 2,5 miliardi recuperati dalla quotazione di Enel Green Power. Ma la strada è ancora tutta in salita e un eventuale downgrade porterebbe a un aumento degli interessi da pagare.

Le previsioni sono meno negative per Eni che, secondo Moody’s, “gode di una solida posizione nel suo settore” e si è dimostrata “resistente durante i periodi di crisi”. Ma anche il cane a sei zampe ha aumentato la sua esposizione al debito per finanziare gli investimenti. L’indebitamento a medio termine della società è cresciuto in modo significativo negli ultimi tre anni, da 14,4 miliardi di euro nel 2008 a 20,97 miliardi nel 2010. Nel caso di un declassamento del rating non se la vedrebbe bene nemmeno il colosso italiano della difesa Finmeccanica che ha “un’alta esposizione debitoria e una debole generazione di cassa”. Anche per Finmeccanica – come per Enel – l’aumento del debito è la diretta conseguenza di un’operazione straordinaria: la controversa acquisizione dell’americana DRS Technologies, che ha più che triplicato il debito netto da 1,2 miliardi (nel 2007) agli attuali 4,2 miliardi di euro.

Enti locali nel mirino

Intanto nel mirino di Moody’s sono finiti oggi anche gli enti locali. “In Italia – spiegano dall’agenzia – , il settore pubblico locale rappresenta il 30% delle spese del governo e dovrà contribuire agli sforzi per raggiungere gli obiettivi di bilancio”. In altri termini gli enti locali rappresentano un fardello non propriamente trascurabile sia a fronte del suo valore assoluto sia a fronte della tendenza alla crescita. L’avvertimento lo aveva lanciato nelle scorse settimane la Banca d’Italia. I 3 miliardi di rosso aggiuntivo del 2011 hanno portato il debito degli enti locali a quota 114 miliardi, più o meno lo stesso livello raggiunto nel maggio 2010 quando fu registrato il record storico. Una crescita preoccupante trainata dalle isole il cui passivo nei primi mesi dell’anno in corso è cresciuto di 476 milioni, segnando l’incremento maggiore in termini relativi (+5,2% dall’inizio dell’anno contro il +3,1 delle regioni centrali, il +3% del Nordovest, il +2% del Sud e il +1,2% del Nordest).

Fin qui i dati contabili ma, ovviamente, c’è dell’altro. Secondo Moody’s i governi regionali starebbero vivendo “la crisi senza un significativo deterioramento dei conti” ma non per questo sarebbero “immuni dalle condizioni del credito sovrano e potrebbero essere esposti, a vari gradi, alle condizioni macroeconomiche del paese”. In sintesi: l’economia italiana non cresce a sufficienza e questo fenomeno incide negativamente su tutto il Paese ma soprattutto, ed è questo il dato più importante, la tendenza al ribasso del rating influenzerà la capacità stessa degli enti di indebitarsi ancora per finanziare le proprie spese e ripagare i debiti pregressi. In altre parole, regioni, province e comuni potranno continuare a contrarre prestiti ma solo sostenendo costi maggiori (leggi tassi di interesse) sul mercato dei capitali.

E qui si ritorna all’annosa questione della finanza strutturata, quell’opzione che nel 2002 Giulio Tremonti giudicò idonea alla causa della gestione dei bilanci in rosso. La prima legge finanziaria del secondo governo Berlusconi aprì le porte degli enti al mercato dei derivati con l’obiettivo di costruire una barriera contro il rischio di un rialzo dei tassi. La storia è nota: le amministrazioni sottoscrivono centinaia di contratti di tipo “interest rate swap” puntando forte in una scommessa altamente rischiosa con le banche. Gli istituti non si fanno pregare tanto più che i funzionari degli enti sembrano disposti ad accogliere nei loro bilanci una montagna di strumenti finanziari di cui non capiscono nemmeno l’Abc. Qualche anno più tardi, con le prime cause civili (Pisa, Firenze e molti altri enti) e penali (Milano) in corso, la realtà emerge con chiarezza. Nel 2009 sono 664 gli enti pubblici che hanno comprato strumenti derivati dalle banche per un valore complessivo pari a 35 miliardi, all’incirca un terzo del debito accumulato all’epoca dagli enti (107), con sospetti di irregolarità su oltre un quarto dei contratti. Il governo corre ai ripari vietando nuove sottoscrizioni, ma ormai il danno è fatto. Le ultime cifre rese pubbliche dalla Banca d’Italia parlano di un mark to market negativo pari a 1.211 milioni di euro. In altre parole, le scommesse avrebbero generato ulteriori perdite potenziali (che si determinerebbero se il contratto fosse chiuso oggi) pari a oltre 1,2 miliardi. Un dato particolarmente significativo visto che gli enti coinvolti sono solo 367 – contro i 483 del dicembre 2009 e i 671 (il massimo storico) del 2007 – e che, al tempo stesso, non è ancora quantificato nei bilanci. Come a dire che alla chiusura dei contratti gli enti pubblici dovranno conteggiare ulteriori perdite. In questa situazione un possibile downgrade di Moody’s sul loro debito renderebbe tutto molto più difficile.

di Matteo Cavallito e Mauro Meggiolaro