Una distesa di bandiere No Tav ha accolto oggi il passaggio del Giro d’Italia in Val di Susa. Una specie di monito ai distratti: questa è una valle in lotta, capace di far festa ma anche di difendere con le unghie il territorio. Come lunedì scorso, quando i valsusini hanno fermato l’apertura dei cantieri per il tunnel geognostico della Maddalena, bloccando gli accessi con barricate di tronchi e massi.

Ora sono tutti lì, a ridosso dell’ipotetico tunnel, pronti a respingere nuovi ‘attacchi’. Le entrate sono presidiate e si fanno i turni di notte per evitare sorprese. Al centro la costruzione in muratura più volte sigillata dalle autorità per “abusivismo” e puntualmente violata dai presidianti, ultimo Beppe Grillo che ha riaperto i sigilli nel dicembre scorso. A pochi passi la piattaforma in legno di dieci metri a mo’ di vedetta, per controllare meglio il territorio.

Il momento è cruciale, poiché entro il 31 maggio scadono ufficialmente i termini per l’erogazione dei soldi europei e nelle ultime ore si è mobilitato il gotha del potere politico ed economico per ribadire la necessità dell’opera e la legittimità dell’uso della forza, se necessario. La politica locale e nazionale non sembra sfiorate da dubbi su un’infrastruttura che appare ormai una questione di principio, oltre qualunque ragionevole analisi del rapporto costi-benefici.

Il più appassionato sembra il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, a pochi giorni dalla scadenza del mandato, seguito a ruota dal successore Piero Fassino, dalla Confindustria e dalla Camera di Commercio locali e naturalmente dai vertici della provincia di Torino e dalle regione Piemonte. E per non cedere di fronte a quella che viene definita “una minoranza” – composta però dalla grande maggioranza dei sindaci e dei valsusini interessati dalla linea – si va parlando da qualche giorno di militarizzazione del territorio. Ma non sarà una passeggiata respingere un movimento così compatto, in una zona impervia e assai poco praticabile.

La tensione è palpabile e tutti sanno che un’incursione delle forze dell’ordine è solo questione di ore. Voci ricorrenti parlano della notte tra domenica a lunedì, vista la forte affluenza di militanti nel fine settimana, che dovrebbe cominciare a defluire nel pomeriggio di domani. “Il mandato dell’assemblea di giovedì scorso è quello di non reagire in caso di attacco – dice Alberto Perino, tra i portavoce del Movimento – e ad esso ci atterremo. Con questa convinzione resisteremo per mantenere il presidio alla Maddalena”. Un comunicato del Movimento No Tav arrivato in serata si appella direttamente alle forze dell’ordine, invitandole a “riflettere bene ancora una volta sulle reali motivazioni di chi vi chiede di intervenire per sgomberare con durezza cittadini impegnati legittimamente da 22 anni a difendere non solo casa propria ma l’intero Paese dalle distruzione ambientale ed economica”.

Al presidio intanto si alternano i militanti, temporaneamente dirottati sul Giro d’Italia. Nessun blocco delle gara, come avevano promesso in caso di apertura dei cantieri, ma solo bandiere e striscioni. Sono tanti e politicamente trasversali, non etichettabili con le tradizionali categorie ideologiche. “Noi siamo i cattivi, quelli che ostacolano il progresso”, dice scherzando Maria, mentre prepara le bandiere per il passaggio dei ciclisti, facendo il verso ad alcuni articoli apparsi recentemente sulla stampa. Mostra un volantino firmato dal “Gruppo Pace” e dai “Cattolici per la vita della valle”, gli stessi che a pochi metri dal presidio hanno costruito un pilone votivo in muratura dedicato, tra gli altri, alla Madonna del Rocciamelone, simbolica montagna che sovrasta la valle con i suoi 3.500 metri.

Poi ci sono le famiglie, che preparano il passaggio di testimone di una lotta che procede da una generazione con inalterata indignazione. “Ricordo quando mettevo i volantini nelle caselle della posta con mio figlio in fasce”, racconta Barbara, insegnante di religione, di fronte al figlio diciottenne, anch’egli No Tav convinto. Difficile trovare esperienze analoghe nel nostro Paese, dove l’indignazione dura molto meno e si “arrende alla domenica”, come cantava Giorgio Gaber.

di Roberto Cuda