In fondo non è altro che un cerchio che si chiude. Visto che la crisi europea, quella maggiormente visibile per lo meno, si era manifestata inizialmente proprio lì. Eppure, in fin dei conti, sembra proprio un paradosso. Dal momento che, dati macroeconomici alla mano, la prossima ondata della crisi sembrerebbe destinata a manifestarsi proprio in quella parte di continente che conserva oggi le migliori prospettive di crescita e la maggiore salute contabile: l’Europa dell’est. Il ragionamento non è nemmeno troppo complicato. La crisi greca, si dice, produrrà danni comunque significativi alle banche internazionali determinando una sostanziale contrazione del credito disponibile. E siccome a sentire la maggiore dipendenza dal credito esterno sono soprattutto le nazioni orientali, tutto o quasi lascia intendere che i contraccolpi dei disastri greci, irlandesi e portoghesi saranno scaricati in primo luogo sui cittadini dell’ex Patto di Varsavia.

L’allarme lo ha lanciato Bloomberg in nome di una preoccupazione che, da quelle parti, sembra ampiamente condivisa. “Un default greco provocherebbe una scossa nell’Europa dell’Est” interessando in primo luogo le valute, sostiene l’agenzia riprendendo le parole pronunciate dal preoccupatissimo premier ceco Petr Necas nel corso di una conferenza stampa a Katowice, in Polonia. Una paura, quella espressa dal governo di Praga, che appare più che mai comprensibile alla luce del probabile destino greco. Un destino che ha tutta l’aria di essere pesantemente segnato.

Mentre l’euro segna il maggiore ribasso sul dollaro da quasi due mesi a questa parte, i ministri finanziari dell’Unione sembrano aver scoperto una nuova parola magica: reprofiling. In termini tecnici si tratta della sostituzione delle obbligazioni in mano ai creditori con titoli equivalenti a scadenza differita. Una soluzione pensata per ora per il settore privato (ma in futuro potrebbe toccare anche ai bond sovrani), che si tradurrebbe di fatto in un default tecnico particolarmente soft. Una bancarotta “morbida”, insomma, ma pur sempre una bancarotta. Con ovvie conseguenze per il settore bancario europeo chiamato ad assorbire il colpo nell’unico modo possibile: stringendo cioè il rubinetto del credito.

Un paio di settimane fa, l’istituto francese Société Générale ha reso nota un’esposizione ai titoli greci pari a 2,5 miliardi di euro. Un’eventuale ristrutturazione del debito, assicura la banca, avrebbe un impatto tutto sommato ridotto. Ma altrettanto, forse, non si potrebbe dire per il sistema economico di quelle nazioni che a SocGen e soci risultano a loro volta particolarmente esposte. “Il rischio” osserva Bloomberg “è che una nuova ondata di crisi debitoria in Europa induca operatori come Unicredit, Erste Group e Société Générale a contrarre i prestiti proprio mentre la regione (orientale – ndr) sperimenta una ripresa da quel credit crunch che aveva contribuito alla recessione di tre anni fa”. Un ritorno al punto di partenza, dunque.

Dalla fine del socialismo in avanti, le economie dell’Europa orientale non avevano mai faticato ad ottenere la fiducia degli investitori stranieri. La relativa facilità nel garantirsi credito a buon mercato è però scomparsa all’improvviso quando le banche occidentali si sono trovate esposte al crunch americano. L’afflusso di liquidità verso Est si è interrotto e il meccanismo è saltato con conseguenze disastrose: istituti di credito locali a secco, recessione dei principali partner commerciali dell’Ovest, sfiducia degli operatori stranieri, svalutazione, inflazione, debiti privati, e sovrani in preoccupante ascesa. Ad evitare il collasso ci hanno pensato i capitali del Fondo monetario internazionale (81,52 miliardi di dollari) e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, intervenuti a ridare ossigeno a un sistema economico finanziato per 1.300 miliardi di dollari dagli istituti stranieri (che costituiscono a loro volta il 76% del sistema bancario attivo nella regione). Tra i creditori, rivelarono alla fine del 2008 le analisi di Danske Bank, Financial Times e Banca dei regolamenti internazionali (Bis), alcuni grandi operatori di Italia, Austria, Francia e Germania come, tra gli altri, Unicredit, Intesa, Bnp Paribas ed Erste ma anche Commerzbank, SocGen e Credit Agricole. Queste ultime tre, in particolare, notoriamente esposte, oggi, proprio ai titoli greci.

L’Europa dell’est, dunque, torna a rischiare. Ed è proprio qui, come detto, che si colloca il paradosso. Già, perché come ricorda Bloomberg, quello attuale pare proprio un buon momento. Il rischio default calcolato sui derivati è crollato un po’ ovunque, il rapporto debito/Pil resta al di sotto di qualsiasi soglia critica e la crescita è ripartita. Nel corso del 2011, ha evidenziato il Fmi, le economie della regione dovrebbero avanzare del 4,3% replicando il risultato nel 2012. Ma si tratta di una previsione sulla quale pesano le incognite relative alla liquidità di sistema. L’ennesima variabile dell’infinita crisi europea.