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di Antonella Beccaria | Bologna | 17 maggio 2011

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“Così simili a Grillo e così diversi”: dove nasce il successo dei 5 Stelle

Perché l'Emilia Romagna è la loro regione più forte? "Perché, come dice il consigliere regionale Giovanni Favia, rimane un laboratorio politico". E ancora: "Non rubiamo voti alla sinistra, speriamo se ne siano accorti. La dimostrazione è in questa elezione dove cresciamo insieme al Pd"

Forse loro vincono perché sono diversi da lui. Loro sono i ragazzi del Movimento 5 Stelle, lui è il loro sostenitore e fondatore, Beppe Grillo. Prendete l’Emilia Romagna, dove i 5 Stelle hanno fatto il pieno assoluto: tutti ragazzi giovani, giovanissimi, mai sopra le righe. A superarle ci pensa lui, istrionico e poliedrico, quando sale sul palco mischiando lo show alla politica, argomenti serissimi a battute fulminante.

E’ tutto racchiuso in questo mix il segreto del successo, almeno a sentire gli elettori: “Grillo guida, spara, ha la catalizzazione mediatica, gli altri sono quelli che si vanno a sedere sulle panche dei consigli, regionali o comunali che siano, e fanno saltare per aria la politichina fatta di accordi”. Tutti ragazzi come Massimo Bugani, ex fotografo, che ha portato il movimento al 9,5 per cento. Bugani rispecchia lo stile dei militanti del M5S: timido quel tanto che basta, gioviale, non presuntuoso né arrogamnte. In tutta la campagna elettorale ha marciato per la sua strada senza invischiarsi nei veleni che abbeveravano talvolta Merola o la Lega, il Pd o Manes Bernardini.

E il nuovo sindaco di Bologna, Virginio Merola, probabilmente l’ha capito che con c’è bisogno di dialogo su argomenti concreti, non massimi sistemi. Eppure  in una delle primissime dichiarazioni da sindaco Merola l’ha rivolta al popolo del Movimento 5 Stelle, tacciato di “avarizia” nelle urne. È un po’ un leit motiv già sentito, quello di rubare i voti a sinistra. Ma Giovanni Favia, uno dei leader del M5S in Emilia Romagna e consigliere regionale dallo scorso anno, si innervosisce ogni volta. Anche oggi, all’indomani del 10% sfiorato alle comunali a Bologna, tre volte i voti ottenuti nel 2009, anno della fondazione del movimento.

“E no, basta con questa storia che sottraiamo consensi a sinistra”, esordisce Favia, “È un’affermazione falsa e offensiva. Quelli che raccogliamo sono ‘voti di teste pensanti’. E poi basterebbe guardare ai risultati: il centro sinistra ha vinto al primo turno e noi abbiamo incrementato comunque la nostra percentuale. Allora dove sta il furto?”

Parte da qui la riflessione sul “miracolo emiliano-romagnolo” del movimento ispirato dal comico genovese Beppe Grillo. Un “miracolo” politico che inizia a configurarsi nel 2006, con la nascita dei primi meetup, etichetta sotto cui andavano ai tempi attività che nel mondo delle nuove tecnologie si chiamerebbero “dal basso”, organizzate cioè in autonomia dai cittadini che cercavano di informare e informarsi attraverso canali diversi da quelli dei media mainstream.

La prima ufficializzazione, per quanto non ancora politica, arriva proprio a Bologna. È l’8 settembre 2007 e il sessantaquattresimo anniversario dell’armistizio di Cassabile del 1943, in cui l’Italia abbandonava l’asse con la Germania nazista per passare al fronte alleato, viene festeggiato in modo originale. Se “dal 1943 non è cambiato niente”, scrive Grillo sul suo blog, sulla rossa piazza Maggiore, si risponde al lamentato immobilismo politico organizzando il primo V-Day, “giorno dell’informazione e della partecipazione popolare”.

Rispondono nel capoluogo emiliano in 50 mila e, in tutta Italia, dalle piazze collegate, altre centinaia di migliaia di persone. E di fronte a tutta questa gente si lancia l’idea delle liste civiche, scollegate da partiti e accordi di partito, che entrino nei palazzi del potere locale e coinvolgano i cittadini nei processi amministrativi ben oltre l’ingresso nelle urne. Funziona. Funziona così bene che l’idea viene ribadita qualche mese dopo.

Corre un altro anniversario. È il 25 aprile 2008 e viene rappresentata una sorte di allegoria della festa della Liberazione, l’ultimo momento pubblico prima che, dalle intenzioni, si passi ai fatti. Il 10 marzo 2009, infatti, a Firenze, le liste civiche diventano realtà e sono l’anticamera del movimento vero e proprio, ufficializzato il 4 ottobre di quell’anno al Teatro Smeraldo di Milano. Intanto, c’è già stato il primo consigliere comunale. È David Borrelli da Treviso, eletto nel 2008, e l’anno successivo ne arriva un’altra quarantina, di consiglieri.

Una quarantina concentrata in Emilia Romagna, tra Bologna (dove il Movimento 5 Stelle conquista il 3%, primo risultato elettorale), Modena, Forlì, Cesena, Reggio Emilia e Ferrara. Fuori regione, altre città su cui il fenomeno Grillo si estende sono Ancona ed Empoli e, nella tornata elettorale del 2010, vengono raggiunte anche Bolzano, Venezia e Pavia. Sempre nel 2010 si sfondano i confini dei consigli, passando da quelli esclusivamente comunali a quelli regionali.

Succede ancora in Emilia Romagna, la prima ad avere esponenti del M5S nella sua assemblea legislativa. E oggi, a livello nazionale, mentre si riflette sull’ingresso anche nei palazzi romani una volta che si voterà per le politiche, si tirano le somme. Centomila gli iscritti al movimento con documento d’identità, distribuiti in modo omogeneo in tutte le regioni, senza disparità tra nord e sud.

“In tante città siamo ancora al 3%”, commenta Favia, “a Bologna invece siamo già al 10. È un sintomo dell’essere ancora ‘laboratorio politico‘ di questa città, di anticipare fenomeni nazionali. E il Movimento 5 Stelle si sta configurando come tale”. Merito, sempre secondo il consigliere regionale del M5S, della costruzione di una carriera fondata sulla “reputazione” (solo chi non ha scheletri nell’armadio può presentarsi pubblicamente), dell’attività a tempo (entro 10 anni, fuori dalla ribalta, si torna a fare il mestiere di prima) e di una gestione del denaro basata sullo “stretto necessario” (niente spese folli per campagne elettorali, ma incentivare un “tam tam orizzontale” che porti all’elezione).

Un Eldorado del far politica, dunque? La via del rifiuto del “sistema Italia”, fondato da che la Repubblica è Repubblica (senza distinzioni tra prima e seconda) su corruzione o, poco poco, mal costume dei maestranti nella cosa pubblica? Parrebbe, a sentire gli uomini di Grillo sul territorio. Ma negli ambienti dei partiti tradizionali, la ventata dell’amministratore “self made”, al di fuori di logiche e dinamiche di tessera, convince ancora poco, anche in terra emiliano-romagnola, a giudicare dalle reazioni post-elezioni del 15 e 16 maggio. Elezioni che hanno decretato una vittoria ben più che morale anche a Rimini (con il candidato Luigi Camporesi all’11,11%) e a Cesena (Alberto Papperini, 14,2).

Per Raffaele Donini, segretario del Partito Democratico, non si esce dall’ambito del “voto di protesta” e i loro elettori “tendono a non vedere le differenze tra un campo politico e l’altro”. Attenzione, gli ribatte però Andrea De Maria, responsabile delle nuove forme di organizzazione e della comunicazione del Pd, perché il risultato del M5S “è un dato con il quale bisognerà fare i conti per quanto riguarda l’istanza che porta, cioè di trasparenza, di serietà e di rigore nella pubblica amministrazione”.

E più esplicito ancora il politologo Gianfranco Pasquino che, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, avverte: “Non è antipolitica, semmai in quei voti c’è voglia di buona politica. Questa città e questa Regione chiedono rinnovamento e trasparenza. Grillo intercetta una voglia di cambiamento che a Napoli è stata colta da De Magistris”.

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