Non sono un elettore del Movimento 5 Stelle, ma vedo in questa realtà popolare (assai di più che nel suo istrionico leader) un senso e una giustificazione politica. Non condivido alcune delle loro parole d’ordine e i loro atteggiamenti della serie “destra e sinistra sono tutti uguali”, ma riconosco che in certi casi è davvero difficile distinguere dove sia la modernità di stampo occidentale tra ciò che propone la sinistra e ciò che propone la destra.

Un esempio in questo senso è dato dalle elezioni per il sindaco di Torino, dove i cittadini si trovano a dover scegliere fra un dinosauro piddino come Piero Fassino e il candidato appoggiato non a caso anche dai neo-fascisti della Destra di Storace, Michele Coppola. Solo per citare un unico tema, si tratta di due uomini politici del tutto digiuni in tema di diritti civili delle persone LGBT: Fassino fino a tre anni fa non sapeva nemmeno pronunciare in inglese il termine “gay”, Coppola ha appena tolto il patrocinio della Regione Piemonte al più prestigioso Festival del Cinema Gay che esista in Italia, perché certa destra estrema quando sente parlare di “cultura” mette mano alla pistola, sulla scia della tristemente famosa frase di Goebbels. Badate: si tratta di un tema che nel resto dell’Occidente non divide più fra moderati di destra e moderati di sinistra, così come non ci si divide più fra “bianchi suprematisti” e non bianchi. Facile comprendere l’endorsement di Marco Travaglio per Vittorio Bertola, candidato del M5S locale, classe 1974 (classe di ferro, visto che è anche la mia), ingegnere elettronico laureato al Politecnico di Torino con 110/110.

Tuttavia, da quando il M5S si è affacciato alle elezioni mietendo successi clamorosi, il Partito democratico si rifiuta di cercare di comprendere questo fenomeno politico. E non mi riferisco qui ai dinosauri come Fassino, ma anche ai migliori esponenti del Pd, come per esempio la giovane, sveglia e caparbia Cristiana Alicata, che proprio di recente ha sostenuto un ridicolo parallelo fra Mussolini e Beppe Grillo, poi rimodellato nello stigma di un comune qualunquismo che mette assieme Mussolini, Gugliemo Giannini, Berlusconi e Beppe Grillo. Alicata sembra credere che il modo migliore per conquistare elettori al M5S sia quello di insultare il loro leader, così come chi segue Alicata pensa che con l’arma del sarcasmo e dello snobismo di sinistra si porteranno elettori del M5S verso Fassino e il Pd. Io mi sbaglierò, ma secondo me non solo non si conquista nemmeno mezzo voto in questo modo, ma anzi si contribuisce a perderne in quella vastissima area di elettori in bilico proprio fra la sinistra e il M5S. Un’area che, stando agli studi statistici, sembra fino a oggi più ampia di quella opposta, gli indecisi fra il M5S e la destra.

Alle scorse regionali, quando la sinistra perse il Piemonte per 9mila voti in favore di Cota e il candidato del M5S ne ottenne 90mila, i piddini si affrettarono a scrivere: “Per colpa di Beppe Grillo la Bresso non è presidente”. Ma a uno slogan così folle e affatto umile rispose in modo giustamente surreale il M5S: “Per colpa della Bresso, Bono (candidato del loro movimento, ndr) non è Presidente”. In politica non ha senso biasimare gli avversari politici perché “hanno osato” presentarsi alle elezioni contro il tuo candidato. Non si può immaginare che tutti gli elettori di un movimento che forse si percepisce come affine per certi versi, avrebbero votato automaticamente per te in mancanza del proprio candidato di bandiera. Al contrario, chi vuole far politica deve sforzarsi di capire la società e gli elettori. Deve cercare di sedurre e convincere l’elettorato altrui, non di insultarlo o schernirlo. Passi che Piero Fassino non riesca a capire la lezione, ma se non la capiscono nemmeno i giovani del Pd, i berlusconiani godranno ancora di lunga, lunghissima vita. Immeritatamente, certo, ma con più merito di questa ombelicale classe dirigente del Pd.