Ridotte in Appello tutte le condanne ai sei componenti della presunta cellula terroristica, che fu scoperta nel 2007 a Bologna dalla Digos. Le accuse al centro del processo erano di associazione terroristica internazionale e truffa.

I giudici della Corte d’Assise di Appello di Bologna hanno riconosciuto le attenuanti generiche, che hanno comportato la diminuzione delle pene. Ieri il pg Luigi Persico avevo chiesto la conferma delle sei condanne. Ma la corte ha sensibilmente ridotto le pene, senza però stravolgere quello che era l’impianto accusatorio.

Dagli otto anni e due mesi in primo grado per Khalil Jarraya la condanna è passata a sette anni e due mesi. Jarraya, tunisino di 41 anni, che viveva con la famiglia a Faenza, era detto anche il colonnello perché aveva combattuto nelle milizie bosniache dei “Mujihaddin” durante la guerra nella ex Jugoslavia. Era lui il vero promotore del gruppo.

Per i due tunisini Mohamed Chabchoub, residente a Dozza Imolese, e Kalid Kammoun, entrambi ritenuti dai giudici organizzatori, la condanna è diminuita da sette anni a cinque anni e quattro mesi; Kammoun, inizialmente latitante, si era presentato nel maggio 2010 al consolato di Tripoli, in Libia, chiedendo un lasciapassare per tornare in Italia (dove vivono ancora la moglie e un figlio piccolo), grazie al quale è stato consentito un rientro rapido in Italia del latitante in condizioni di sicurezza.

Da cinque anni e due mesi, poi, a tre e 10 mesi per Hechmi Msaadi, tunisino di 33 anni, residente a Imola; e tre anni e otto mesi di pena, dopo i cinque anni ciascuno in primo grado, per Ben Chedli Bergaoui, tunisino di 36 anni, e Mourad Mazi, marocchino di 35 anni, di Imola. Tutti e tre erano ritenuti come partecipi all’organizzazione.

Inoltre i giudici hanno deciso la scarcerazione per Mazi, a causa della cessata pericolosità, ma anche per motivi di salute, essendo sottoposto a dialisi e in attesa di trapianto di reni.

Cinque di loro (il sesto è Kammoun, preso successivamente) vennero arrestati il 9 agosto 2008, su ordine di un giudice al termine di un’indagine durata tre anni. All’udienza preliminare, nell’ottobre 2009, il pm Tampieri aveva chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di terrorismo internazionale per 13 persone, ma in sette vennero prosciolti.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, la presunta cellula jihadista non aveva alcun progetto terroristico da realizzare in Emilia Romagna o in Italia, ma agiva con l’obiettivo di creare un supporto logistico e poter operare un domani all’estero. Svolgeva dunque attività di proselitismo e promozione della Jihad islamica, raccogliendo denaro e diffondendo ai propri affiliati materiale video, audio e cartaceo per reclutare e addestrare i combattenti.

In alcune intercettazione del 2006, Jarraya dice a Hechmi Msaadi di conoscere “fratelli in Bosnia che vogliono partire, ma la loro situazione economica è scarsa, non arrivano neanche a mangiare, neanche a comprare il biglietto”. Sarà direttamente Jarraya ad andare in Bosnia “per distribuire il danaro o comunque per prendere contatto diretto con i correligionari” in vista del sacrificio. I soldi infatti sono indispensabili per i fratelli che andranno a “fare la jihad e meritare il paradiso e le vergini”. Vanno bene anche “i soldi della droga”, dice Kalil a Msaadi. “Nella shaaria sono illeciti… sono haram, peccato…ma Allah lo sa…”. Soldi per la causa dunque. Primo obiettivo degli uomini è infatti il proselitismo.

La figlia di Chabchoub è stata vittima del fanatismo del padre. Quest’ultimo infatti proiettò video di sgozzamenti, suicidi e martiri: “Guarda, guarda, adesso gli tagliano la testa“. La figlia piange, e lui le dice: “E’ un agnello, è un’operazione”.

Masaadi è uno dei più estremisti. Un’intercettazione lo registra in macchina mentre prega e grida simulando il martirio: “Fratelli della jihad correte…Grazie Allah, ti ringrazio perché mi hai fatto raggiungere i miei fratelli”.

I difensori dei sei condannati si apprestano ora a fare ricorso in Cassazione, convinti della “modesta gravità del fatto e dell’assenza dell’associazione sovversiva. Se una cellula c’era stata – afferma uno dei legali, l’avvocato Desi Bruno – era grezza e rudimentale, di modestissima pericolosità. Non furono trovate armi e non ci fu mai un passaggio concreto all’azione. È solo una manifestazione di pensiero radicale, che non ha mai superato la soglia”.