Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange

Facebook non serve agli utenti per rimanere in contatto con i propri amici, ma all’intelligence come “strumento di spionaggio”. Julian Assange, fondatore di Wikileaks, lo ha dichiarato nel corso di un’intervista a Russia Today da Norfolk, in Inghilterrra, dove è in attesa dell’estradizione in Svezia. Alla domanda sul ruolo delle reti sociali durante le rivolte in Maghreb e Medio Oriente, la risposta dell’hacker australiano è stata inequivocabile e ha coinvolto le ‘big company’ della Rete.

Secondo Assange, il sito di Mark Zuckerberg è “il database più rifornito” che raccoglie dati su “persone, relazioni, nomi e indirizzi, tutti accessibili all’intelligence americana”. E Assange si spinge oltre Facebook: infatti anche “Google e Yahoo e tutte le principali organizzazioni Usa hanno costruito interfacce per l’intelligence americana”. Questo implica che i servizi segreti siano alla guida dei colossi della Rete? Non proprio. Il loro potere infatti risiede nella capacità di esercitare sulle grandi imprese del web “pressioni politiche e legali” e la struttura dei siti ha permesso di automatizzare i processi di raccolta dati. Inoltre anche gli iscritti al social network sono direttamente coinvolti nel processo di dossieraggio: infatti, aggiunge Assange, “tutti dovrebbero capire che quando aggiungono i loro amici su Facebook, stanno lavorando gratis per aiutare l’intelligence degli Stati Uniti a costruire il proprio database”.

L’allarme privacy e le richieste di chiarimenti riguardo alla protezione dei dati sono stati sollevati in chiave bipartisan anche al Congresso. Il senatore democratico John Kerry e il repubblicano John McCain sono i firmatari del “Commercial Privacy Bill of Rights Act of 2011”, una proposta di legge finalizzata a imporre una regolamentazione chiara per le aziende che manipolano informazioni personali. Nella bozza i senatori domandano che le imprese richiedano il consenso esplicito prima di raccogliere e condividere con terzi dati che riguardano, ad esempio, orientamento religioso e sessuale. La decisione è arrivata dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Wall Street Journal sulla profilazione via smartphone attraverso i giochi di Facebook e le app di Apple e Google.

Inoltre, tra le 101 apps più popolari, ben 56 trasmettevano il numero identificativo del telefono (ID) ad altre società di marketing e reti di advertising senza chiedere il consenso degli utenti e costruendo così veri e propri dossier su chi istallava i programmi, dalla messaggistica per iPhone a MySpace per Android. Il problema privacy e utilizzo dei dati è reale per il business privato e ora Assange afferma con certezza che le informazioni ricavate online sono già nei database dell’intelligence. Il blog di tecnologia del Time nota però che il fondatore di Wikileaks evita di nominare esplicitamente la Cia, e si limita a considerare che i colossi della Rete sono di fatto sotto la giurisdizione americana. Chi ha orecchie per intendere…