Fukushima come Chernobyl. A metterlo nero su bianco definitivamente è stato l’innalzamento dell’incidente giapponese al livello 7, il massimo sulla scala internazionale di classificazione, raggiunto prima d’ora solo dal disastro del 1986. Per l’industria nucleare però l’impatto della crisi giapponese potrebbe essere anche peggio di quello provocato 25 anni da Chernobyl: a dirlo, in un report pubblicato qualche giorno fa, sono stati gli analisti di della banca svizzera Ubs, secondo cui «se Chernobyl ha avuto, fino ad oggi, un impatto ambientale superiore, Fukushima tuttavia solleva questioni di credibilità ancora maggiori per l’industria nucleare degli incidenti precedenti».

Nella ricerca, un report di 140 pagine sul futuro dell’industria dell’atomo, ripreso da Bloomberg e dal Financial Times, gli esperti spiegano che innanzitutto la crisi di Fukushima ha luogo “in una economia avanzata che usa reattori a tecnologia giapponese/americana, e non in uno stato totalitario con standard tecnologici sotto alla norma e senza una cultura della sicurezza”. Quindi aggiungono che la dimensione la durata dell’incidente “sono senza precedenti” e ancora dopo un mese quattro reattori stanno affrontando un danno significativo “senza che gli ingegneri abbiano messo la situazione sotto controllo”. Tutto ciò, spiegano, “fa nascere dubbi sul fatto che anche un’economia avanzata possa padroneggiare la sicurezza nucleare”.

Un primo impatto immediato, ha spiegato uno degli analisti di UBS, Per Lekander, in una intervista a Bloomberg, potrebbe essere la chiusura dei trenta impianti nucleari più vecchi sparsi in giro per il mondo, che producono circa il 4% dell’energia atomica globale. Per fare un esempio, quelli di Fessenheim, in Francia, gestiti da EDF. “E le mie previsioni – aggiunge – sono prudenti, credo che potrebbero essere anche di più”. Per un investitore, dice Lekander, “ora come ora avere del nucleare in portafoglio è chiaramente un rischio”. Per questo i governi e (cosa che interessa maggiormente gli investitori) soprattutto gli assicuratori potrebbero rivedere il profilo di rischio del nucleare.

A guadagnare da questa situazione, spiega l’istituto svizzero, saranno le energie rinnovabili, il carbone e soprattutto il gas. Fra i “top picks” del settore energetico la banca elvetica mantiene comunque tre compagnie, Eon, Edf e Shanghai Electric, troppo penalizzate, secondo il broker, dalla crisi giapponese. Che alcuni investitori (oltre ai legislatori) abbiano cominciato a guardare con diffidenza al nucleare dopo Fukushima, lo dimostrano però anche altri elementi. Ad esempio il fatto che, come spiega il quotidiano britannico Financial News i grossi fondi etici (Sri) abbiano cominciato a vendere le loro partecipazioni nelle società del nucleare, a partire proprio da Tepco. Società, quest’ultima, che Amundi, uno dei maggiori asset manager europei, già prima del disastro dell’11 marzo piazzava ai gradini bassi della sua classifica per etica, governance e sicurezza.

Sempre secondo FinancialNews, numerosi Sri gestiti dai giapponesi di Sumitomo Mitsui hanno già venduto le loro partecipazioni in Tepco, così come gli svedesi di Handelsbanken. E Pioneer Asset Management, tramite il suo Global Ecology fund, uno dei maggiori in Europa, avrebbe ceduto la sua partecipazione in GDF Suez, proprio per via dell’esposizione della compagnia al nucleare.

E i governi non sono meno preoccupati. Dopo la decisione della Germania di limitare il tempo di attività delle centrali e di interrompere subito le attività di quelle più vecchie, anche negli Stati Uniti si sta ragionando sulla scelta nucleare, come sottolineato dalla stessa amministrazione Obama. E alcuni esperti governativi hanno cominciato a porsi più dubbi di quanto non vogliano dare a vedere. In alcune mail ottenute dalla Union of Concerned Scientists, citate da Reuters, gli analisti della Internal Nuclear Regulatory Commission hanno espresso seri dubbi sul fatto che gli impianti americani potrebbero affrontare un incidente simile a quello di Fukushima.