La sera di martedì 12 aprile, verso le ore 19.15, la politica italiana ha subito un’improvvisa svolta. Fino a quel momento, l’onorevole Antonio Razzi non aveva fatto alcunché di speciale, se non mostrarsi voglioso e pronto a votare per il “processo breve” tanto caro a Berlusconi. La biografia dell’onorevole Razzi non induceva peraltro a ritenerlo capace di folgoranti innovazioni.

Chietino del 1948, diploma tecnico commerciale, eletto nel collegio estero di Lucerna, sposato con due figli, le uniche peculiarità riguardavano il suo passaggio dall’Idv agli scilipotisti nella mattina del 20 gennaio di quest’anno e un procedimento penale – ma precedente – per essersi appropriato indebitamente dei finanziamenti che la regione Abruzzo aveva concesso alla Feas, Federazione Emigrati Abruzzesi in Svizzera. Insomma, come testimoniato proprio dal Fatto Quotidiano, l’accusa era sintetizzabile: scappato con la cassa.

Anche in questo caso, vista la diffusione di reati similari, poco di nuovo. No, la vera svolta è stata quando, intervistato da Danilo Scarrone del Tg3, Antonio Razzi ha rivelato il suo misconosciuto genio. Domanda: “Adesso che lei è qui a votare per la maggioranza, cosa si aspetta?”. Risposta: “Un incarico di governo”. Domanda: “Va bene, ma quale incarico? Cosa preferirebbe?”. Risposta: “Non importa, basta che vado al governo”. Ecco, l’onorevole Razzi aveva coniato in un amen la seconda legge razziana: la prevalenza dell’incompetenza. La prima già esisteva: Franza o Spagna purché se magna.

Però, a ben vedere, l’onorevole Razzi aveva già scritto il proprio destino nell’autobiografia: s’era definito “tessitore”. Sì, proprio così: “tessitore”. Come il conte di Cavour. Ma, realisticamente, non pretende di passare alla Storia. Pretende una poltrona.