La centrale di Saluggia (Vercelli)

Non è un bel momento per l’industria nucleare. Il disastro di Fukushima ha reso l’opzione atomica impopolare in tutto il mondo. A guardar bene, però, i segnali che giustificano qualche dubbio sulla fattibilità del ritorno alle centrali in Italia sono già chiari da tempo. L’ultimo in ordine di tempo riguarda il caso Saluggia. E getta un’ulteriore ombra sulla sorte delle scorie che ne deriverebbero, perché fa tornare in mente che non sia ancora riusciti a sistemare definitivamente quelle prodotte prima del 1987.

La Sogin, la società statale che si occupa del decommissioning nucleare, pagata dai contribuenti direttamente nella bolletta dell’elettricità, ha annullato “in autotutela” la procedura di appalto per i lavori di realizzazione dell’impianto di cementazione di soluzioni liquide radioattive definito Cemex. Una gara da 145 milioni che avrebbe garantito la costruzione delle strutture necessarie a solidificare le scorie liquide presenti all’interno dell’Eurex, il vecchio polo per il riprocessamento del combustibile ex Enea situato a Saluggia, in Piemonte. E il loro successivo trasporto in altro luogo più idoneo, probabilmente all’estero.

La società statale, che dal 1999 si occupa dello smaltimento delle scorie del vecchio programma nucleare italiano, e conta circa 700 dipendenti, non è nuova a battute d’arresto di questo tipo, ma è corsa immediatamente ai ripari. Con una nota, il 24 marzo, ha spiegato di avere già approntato un nuovo bando e di averlo inviato alla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. La nuova gara, dice Sogin, partirà da una base più bassa, 135 milioni, e prevederà un tempo di realizzazione dei lavori più veloce.

La soluzione del Cemex è caldamente appoggiata anche dagli ambientalisti e dai combattivi comitati della zona, che non vedono l’ora di togliersi dal giardino di casa l’80% dei rifiuti radioattivi liquidi italiani. I residenti vivono con angoscia questo ennesimo ritardo nella storia infinita delle scorie nucleari di casa nostra.

«E’ chiara l’urgenza di costruire l’impianto che permetterebbe di solidificare quei rifiuti per cui abbiamo il primato in Italia – spiega a ilfattoquotidiano.it Gian Piero Godio, responsabile Energia di Legambiente Piemonte – e trasportarli in un luogo un po’ meno demenziale di questo, a 20 metri dalla Dora Baltea e meno di 2 km dai pozzi del più grande acquedotto del Piemonte. Sono 30 anni che attendiamo una soluzione».

«Abbiamo annullato la procedura di gara avendo individuato nella documentazione amministrativa alcuni elementi che avrebbero pregiudicato il corretto e celere espletamento dell’iter, ma è imminente il riavvio» è stata la motivazione fornita dalla Spa statale, che però non ha donato particolari indicazioni sugli ulteriori “elementi” che hanno mandato tutto a monte. Dal 28 di marzo sul sito di Sogin, tuttavia, dovrebbe essere presente il nuovo bando con le norme di partecipazione e tutti gli allegati. Osservazioni piuttosto critiche sulla società guidata da Giuseppe Nucci, quest’estate erano state formulate dalla Corte dei Conti.

«Devo dire che non ero a conoscenza della cosa – nota Andrea Fluttero, segretario della Commissione ambiente del Senato – l’impianto è molto importante per solidificare i liquidi e renderli più sicuri anche dal punto di vista dello stoccaggio, mi auguro che l’annullamento sia un fatto meramente tecnico e non comporti l’ulteriore allungamento dei tempi per realizzare l’impianto». Una speranza condivisa da molti. Ma la sorte dei rifiuti derivanti in parte dal vecchio nucleare italiano rimane confinata in un limbo di incertezza.

Un discorso strettamente collegato a quello del cosiddetto deposito nazionale delle scorie di cui si parla da anni, che dovrebbe essere individuato al più presto, anche in virtù del piano nucleare del governo, come stabilito dal decreto legislativo 31/2010. «I criteri sono in fase di definizione – spiega Fluttero – e io mi auguro che il sito venga individuato al più presto, per dare una degna localizzazione ai materiali provenienti dal decommissioning e dal biomedicale, anche a prescindere dalle nuove centrali».

Il timore dei comitati e degli ambientalisti di Saluggia è invece che, con quel carattere di temporaneità permanente che spesso caratterizza i processi decisionali all’italiana, alla fine le scorie rimarranno esattamente dove sono.