Il caso Ruby, così come tutti i processi a carico di politici, ha messo in evidenza quanto possa essere importante e delicata la scelta del Magistrato che si deve occupare di uno specifico caso.

Una intera parte politica, infatti, ha tacciato una parte della magistratura di essere politicizzata e sostanzialmente a disposizione della sinistra (accuse gravissime, per le quali non mi stancherò mai di chiedere i nomi e le prove a chi le formula). È quindi logica conseguenza che, per quei politici, non sia desiderabile essere giudicati da “quei” magistrati.

Ma come funziona l’assegnazione delle cause?

Il sistema è sostanzialmente automatico, proprio per assicurare la imparzialità e la terzietà del giudice. Insomma, si è voluto evitare che attraverso meccanismi poco chiari il capo dell’ufficio o gli imputati potessero “scegliersi” il proprio giudice. Un meccanismo di garanzia e trasparenza che lascia ben poco spazio alle accuse che i politici periodicamente ci propinano.

Ma è così in ogni giurisdizione?

In realtà no. I giudici del Tar e del Consiglio di Stato, per esempio, hanno una grande libertà nel determinare chi deciderà una causa. In teoria esiste un criterio (estrazione a sorte), già di per sé non del tutto garantista, ma tale criterio viene sovente disatteso, o “interpretato”. Di fatto, il presidente di un Tar o di una sezione interna di Tar o del Consiglio di Stato può scegliere di assegnare ad uno specifico giudice un determinato fascicolo.

Un esempio?

Il presidente del Tar Lombardia, recentemente dimessosi a seguito delle indagini sulla c.d. “cricca”, si è “autoassegnato” un fascicolo relativo al c.d. concorso delle mogli (il concorso al Tar – oggetto di una recente interrogazione parlamentare – presieduto dal dott. De Lise e che ha visto vincitrici le mogli di Salvatore Mezzacapo e Vincenzo Fortunato, membri dell’organo di autogoverno della giustizia amministrativa che ha nominato quella stessa commissione di concorso e che, nello stesso periodo, ha nominato De Lise presidente aggiunto del Consiglio di Stato, con un provvedimento che ha suscitato molte polemiche).

Il fascicolo riguardava il fratello di Fabio Mattei, magistrato amministrativo ed attuale membro dell’organo di autogoverno della Giustizia Amministrativa, e, nonostante vi fosse una palese incompetenza territoriale (il concorso al Tar non può che essere impugnato innanzi al Tar Lazio, essendo un concorso gestito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri), il presidente del Tar incompetente non solo ha giudicato sulla istanza cautelare, ma ha addirittura deciso il ricorso con una “sentenza breve”, procedura accelerata che consente di definire subito la controversia anche nel merito. La sentenza di accoglimento è stata poco dopo censurata dal Consiglio di Stato. Fabio Mattei, invece, era presente, in quello stesso periodo, alla festa di compleanno per i settanta anni del presidente di quel Tar, riservata a pochi amici.

Un meccanismo di assegnazione automatica non avrebbe forse tolto dall’imbarazzante situazione quel presidente del Tar?

Allora, mi chiedo, perché il Governo, che vanta tra i propri “tecnici” numerosi magistrati amministrativi che fanno il “doppio lavoro”, non ha mai eccepito nulla in merito ai criteri di scelta dei giudici amministrativi (che, peraltro, vantano tra le proprie file un non invidiabile numero di magistrati indagati, arrestati e condannati in sede penale), chiedendo meccanismi di assegnazione automatica, mentre tuona sempre contro i giudici penali “comunisti”?