Dopo il Consorzio del Chianti Classico, è il Consorzio del Brunello a tentare di cambiare il disciplinare di produzione di un vino “troppo italiano”, ammettendone l’assemblaggio con vitigni non italiani: a patirne le conseguenze dovrebbe essere il Rosso di Montalcino. Ossia un vino fatto (sino ad oggi) soltanto col vitigno Sangiovese piantato nel territorio di Montalcino, come il Brunello; ma che, a differenza del Brunello, può essere messo in commercio nell’anno successivo alla vendemmia, senza obbligo di maturazione in legno. Se ne producono fra i 3,5 e i 4,5 milioni di bottiglie l’anno.

Il 15 dicembre scorso, il Consiglio di amministrazione del Consorzio ha deliberato la richiesta di modifica del disciplinare del vino Rosso di Montalcino, come ha riportato Franco Ziliani nel suo blog. A breve ci sarà un’assemblea di soci-produttori che deciderà se procedere al cambiamento, e in seguito bisognerà ottenere l’approvazione di un comitato della Comunità Europea.

Come nel caso del Chianti Classico, il tentativo di cambiamento del disciplinare del Rosso di Montalcino avviene dopo gli ultimi anni di indagini (tuttora in corso) della Procura di Siena che hanno attestato la violazione dei disciplinari di produzione delle più importanti denominazioni vinicole toscane. E, nello specifico, anche del Rosso di Montalcino. Viene perciò da interrogarsi sulla necessità di un cambiamento del disciplinare.

Alcuni produttori vinicoli lo considerano ovviamente una sorta di condono: scoperta la violazione del disciplinare, la si legittima. Cioè, giacché si sono già aggiunti illegalmente da tempo Merlot o Cabernet in tali vini, si ammetterebbero nel disciplinare tutte “le uve dei vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nell’ambito della Regione Toscana fino ad un massimo del 15%”, come riporta la proposta di cambiamento deliberata dal Cda del Consorzio, variando anche i parametri qualitativi e organolettici dei vini: quale ad esempio l’acidità minima, ovviamente più alta nel Sangiovese che nel Merlot.

Altri produttori vinicoli lo considerando un espediente, sbagliato, per sfruttare il nome di Montalcino: smaltendo tutto quello che non si riesce più a vendere con la Doc Sant’Antimo e che è stato piantato negli ultimi 15 anni. Oltre ad aumentare il valore di alcuni terreni, che riuscirebbero così appartenenti all’albo del Rosso di Montalcino. Un albo che ha già ammesso vigneti di Sant’Antimo, però con solo Sangiovese, quando, dopo la nascita della Doc Sant’antimo nel 1996, fu approvata una legge che consentiva ai vigneti con medesime caratteristiche di migrare dall’albo Sant’Antimo (aperto a nuovi impianti) al più pregiato albo del Rosso di Montalcino (chiuso a nuovi impianti), giacché nel medesimo territorio amministrativo. Del resto l’albo del Rosso è stato anche aperto, per favorire i produttori a produrre più Rosso da nuovi impianti senza diminuire la produzione di Brunello (dalle cui vigne si può produrre anche Rosso), e non aprire il più importante albo del Brunello. Albo che fu però comunque poi riaperto ai nuovi impianti all’inizio del nuovo millennio.

Nulla di ragionevole insomma: la quantità a scapito della qualità.

“Ho proposto il cambiamento del disciplinare del Rosso un paio di anni fa” afferma Franco Biondi Santi della storica azienda il Greppo, cui è attribuita la paternità del Brunello “durante un’assemblea in cui si voleva cambiare il disciplinare del Brunello, in seguito alle indagini della Procura. Una cosa assurda! Perciò modificare il disciplinare del Rosso mi pare l’unica maniera per sopperire, con vitigni internazionali e ammorbidenti come il Merlot, a tutto questo Sangiovese piantato in zone non vocate e ammesso nell’albo. Ormai non poche aziende hanno bisogno di questo per sopravvivere. Sempre meglio che creare una nuova Doc Montalcino ammettendo il 100% di qualsiasi vitigno e svilendo il nome dell’area. Almeno nel Rosso di Montalcino ci sarebbe un 85% di Sangiovese e solo un 15% di altro. Pensi che la mia azienda non è menzionata fra i fondatori del Consorzio perché, prima della sua costituzione nel 1967, mio padre non fu d’accordo proprio sul Rosso di Montalcino: che allora fu deciso di chiamare Rosso da vigneti di Brunello. Sfruttando il nome Brunello per un vino fondamentalmente diverso. E questo mio padre non volle accettarlo. E così siamo entrati nel Consorzio soltanto una decina di anni fa…”

Secondo il rinomato Gianfranco Soldera, azienda Case Basse: “Il Consorzio sta facendo harakiri. Invece di risolvere i problemi, li aggravano. Il rosso è già inflazionato, per quello io ho smesso di farlo già nel 1986. Il nome sarà del tutto svilito. Si venderà ancora meno Rosso, e a un prezzo sicuramente inferiore”.

Di certo, come ho scritto e riscritto, si amplia il concetto di “vino d’origine”. Per annichilarne finalmente la riconoscibilità e continuare ad abbassare i prezzi. Trovandosi a competere nel mercato globale con le produzioni di massa, coi paesi dove fare vino costa infinitamente meno. Fino a svilire ogni denominazione di origine.

Commenta il professor Mario Fregoni, uno dei più importanti esperti di viticoltura al mondo: “La modifica del disciplinare snaturerà il Rosso di Montalcino, alterandone le caratteristiche organolettiche, e dunque la parentela con il Brunello, da cui è derivato come versione più giovane. Tanto vale allora togliere il nome di Montalcino dall’etichetta! Difatti, vitigni come ad esempio il Merlot, fanno cambiare il colore e il sapore al Sangiovese. Se fatti in barricche poi ancora peggio. E dunque il Rosso si avvicinerà sempre più ai vini internazionali che si trovano dappertutto, perdendo mercato e costando sempre meno”.

Dunque sarebbe la fine del Rosso di Montalcino? Di certo sarebbe la fine del Rosso da vigneti di Brunello, dato che si ammetterebbero varietà non autoctone e perfino internazionali. Speriamo che non sia pure la fine del Brunello di Montalcino, giacché si vocifera di un prossimo tentativo di cambiarne il disciplinare di produzione, ammettendovi una percentuale (1-2%) di vitigni internazionali.

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