Dalla primavera di Praga a quella di Cortina: si respira aria di rivoluzione, terremoto di valori. E in mancanza del centrosinistra (che, come è noto, langue), questa brezza non può che soffiare a destra, con effetti speciali capaci di stupire. Sarà l’aria rarefatta del Cadore? O sarà l’effetto inebriante di un fungo allucinogeno? Sta di fatto che in due soli giorni, a partire dallo storico tempio cisnettiano (quello dove un tempo spopolavano Gianni non ancora “Aggiungi-un-posto all’Atac” Alemanno e Magdi, non ancora Cristiano, Allam), si è diffusa nel centrodestra una strana e inebriante aria di rivolta, persino tra gli storici quadrumviri del berlusconismo. Chi critica il Cavaliere, chi lo motteggia, chi ne dichiara imminente la scomparsa, chi lo sbeffeggia, chi gli detta ultimatum. Povero premier. Eppure non era la festa de Il Fatto, ma lo stesso Palalexus dove in anni passati bastava dire “Silvio” per raccogliere applausi impellicciati con il badile.

Il primo feroce attacco al primato morale e (sessuale) del “Cavaliere di Hardcore” (copyright travagliesco) non è venuto dunque dagli autori di Papi, ma da quel Vittorio Feltri che alcuni lettori di centrodestra nostalgici della vecchia linea sui siti ci rimproverano – nientemeno – di aver “plagiato”. Ebbene, Feltri due-la vendetta ha picchiato duro: “Mi auguro che il prossimo presidente della Repubblica non sia Berlusconi: immaginate che cosa potrebbe succedere… Escort al Quirinale…”. In linea con il nuovo corso eversivo di Libero, su cui Maurizio Belpietro difende Tremonti, mentre sul Il Giornale Mario Giordano gli fa la pelle, come possibile traditore del Cavaliere. Ma si potrebbe dire: Feltri è Feltri, poi gli altri hanno rimediato. Invece anche Bruno Vespa, deve aver avuto qualche istante di trance, o deve essere caduto vittima del fungo travaglista. Infatti, dallo stesso palco, con il suo meraviglioso completino girocollo in taffetà nera (pare una divisa rubata ai Clingon di Star Trek, lo ha messo anche da Antonello Piroso) ha tuonato “Se Berlusconi campa ancora due anni politicamente….”. Se? “Deve avere il coraggio di mettere le palle sul tavolo e fare le grandi riforme, altrimenti – ha aggiunto Vespa – siccome il problema della quarta settimana non ce l’ha, è meglio che se ne vada!”.

Nientemeno. Un avviso di sfratto. E così Berlusconi si trova stretto tra gli antiberlusconiani di destra, e le affettuosità al curaro degli alleati (un tempo!) affidabili. Come il ministro dell’Interno Bobo Maroni, che ha discettato spericolatamente in Transatlantico su corrispondenze asimmetriche tra calcio e politica: “E’ una legge infallibile. Se il Milan va bene la politica di Berlusconi va in crisi, quando il Milan va male Silvio Vince le elezioni, eh, eh…”. E c’è davvero poco da ridere per due motivi. Il primo: il Milan ieri ha vinto (contro il nostro amato Cagliari, sigh) ed è primo in classifica (applicando il teorema Maroni significa perlomeno crisi). E poi perchè l’ultima coltellata è arrivata – tu quoque – proprio da dove Silvio non immaginava tradimenti, dal fortino della guardia repubblicana di Alessandro Sallusti. Possibile? Sì, possibile. Due giorni fa, su Il Giornale, Vittorio Macioce, l’elzevirista del quotidiano, da interista, ha dedicato uno spillo alla speranza che i rossoneri perdano lo scudetto. Il pezzo si intitolava: “Mi consenta”. Il dissenso berlusconiano, ormai, ha assunto dimensioni drammatiche: Sacharov al confronto era un dilettante.