La Turchia sembra non gradire, per usare un eufemismo, il giornalismo che dà voce alla minoranza curda. Emine Demir, ex redattrice del quotidiano curdo Azadiya Welat (che in curdo significa ‘L’indipendenza dalla madre patria’), è stata infatti condannata oggi da un tribunale di Diyarbakir, la principale città della Turchia sud-orientale, a maggioranza curda, a ben 138 anni di carcere per ‘propaganda in favore dei ribelli curdi’.

La colpa della giornalista è quella di avere difeso nei suoi articoli la causa del Pkk, il partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerato dal governo turco una organizzazione terroristica. Per la cronista sono state scattate subito le manette. Resta comunque la possibilità di ricorrere in appello.

Non è il primo caso di giornalista curdo condannato per aver ‘fatto propaganda a favore del Pkk’. A maggio era toccato al caporedattore sempre del medesimo quotidiano, Vedat Kursum, 36 anni, giornalista nonché editore del quotidiano. A lui erano stati inflitti 166 anni di carcere.

Kursum tra l’altro è in galera dal 30 gennaio 2009, quando fu arrestato all’aeroporto di Istanbul mentre cercava di fuggire in Europa per chiedere asilo politico. A Kursum non era stato neanche permesso durante il processo di sedere accanto ai suoi avvocati. Il giovane editore in prigione ha contratto anche una grave epatite.

Dieci mesi fa, a febbraio, era toccato invece a Ozan Kilinc, ex direttore del quotidiano, condannato a 21 anni di prigione.

I cittadini curdi sono quasi 30 milioni distribuiti, però, fra Turchia, che ospita sette milioni di persone di etnia curda e che costituiscono l’8 per cento dell’intera popolazione curda, gli altri sono in Siria, Iran e altri stati del Medio Oriente. Costituiscono da decenni uno dei più estesi gruppi etnici senza patria al mondo: già da oltre un secolo cercano di creare il Kurdistan, una nazione indipendente e autonoma politicamente, incontrando però sempre l’ovvia opposizione degli Stati sovrani. Il piccolo quotidiano curdo, ha un tiratura giornaliera di appena 15 mila copie e negli ultimi 4 anni, almeno 3 dei suoi 4 caporedattori sono finiti sotto processo.

La vicenda ora della nuova condanna per la cronista curda, emessa proprio nel giorno in cui a Diyarbakir è arrivato il presidente turco Abdullah Gul, non fa che aumentare i dubbi della comunità internazionale sulla libertà di espressione in Turchia.