Poco più di un mese fa, il 4 novembre, una vera e propria alluvione si è abbattuta sul Veneto. 121 comuni colpiti per un totale di più di 500 abitanti; oltre 3000 sfollati, devastati migliaia di ettari di zone agricole, annegati 150mila animali d’allevamento. La cementificazione selvaggia ha colpito duramente il paesaggio veneto, riducendolo ad un disordinato affastellarsi di capannoni industriali dismessi e ad un triste sequenza di nuovi ipermercati che stanno svuotando il tessuto produttivo delle sue meravigliose città. E, almeno stavolta, tutti o quasi erano d’accordo nel dare la colpa al cemento.

Sforzo inutile, perché proprio nei giorni delle piogge usciva il nuovo numero di ottobre-novembre del Giornale dell’Architettura che denunciava l’incombere sulle residue campagne venete di una dose devastante di cemento e asfalto. Andiamo con ordine.
Nei comuni di Vigasio e Trevenzuolo, vicino a Verona, attende di essere costruita Motorcity, che cementificherebbe 458 ettari di terreno agricolo (un campo di calcio misura un ettaro, per dare un’unità di misura) per farci un autodromo, ipermercati, alberghi e abitazioni per un totale di 7 milioni di metri cubi di cemento.
Ad Arino, vicino a Venezia, il pretesto è la costruzione di “una vetrina di eccellenza veneta” fatta di immancabili ipermercati, alberghi e abitazioni: 56 ettari di suoli agricoli verranno seppelliti sotto 2 milioni di metri cubi di calcestruzzo.
A Verve, nel Brenta, è in partenza la “città della moda”: inutile dire che conterrà ipermercati, abitazioni e alberghi. Qui i metri cubi previsti sono 185 mila su 12 ettari. Portogruaro e Fossalta, a nord di Venezia attendono un “parco industriale integrato” da ipermercati che si svilupperà su 160 ettari  per oltre 3 milioni di metri cubi, premiato addirittura dall’Inu, storica istituzione che fu di Olivetti.
A San Bellino, provincia di Rovigo, 23 ettari per un parco logistico rigorosamente “ecosostenibile”, così la speculazione si è impadronita delle nostre parole, per un previsione di mezzo milione di metri cubi.
Sempre in provincia di Rovigo, ad Arquà Polesine, altro polo logistico completo di ipermercati: 140 ettari e 1 milione e mezzo di metri cubi di cemento.
Infine, in ampliamento dell’aeroporto veneziano Marco Polo, 2 milioni di metri cubi faranno sparire 200 ettari di preziosa campagna: però sorgerà un magnifico parco giochi stile “Las Vegas”, ci dicono le schede che non hanno ritegno a definirla come la “nuova porta di Venezia”.

Più di mille ettari di suolo ancora incontaminato verranno cementificati mentre il paesaggio veneto rimarrà caratterizzato da centinaia di capannoni vuoti. Se dunque questi moderni “imprenditori” non fossero speculatori immobiliari e se esistessero ancora amministrazioni pubbliche non sottomesse al dominio del mattone, quelle attività imprenditoriali verrebbero indirizzate sui terreni già edificati e dismessi. Ma non è così. In Italia l’unico motore dell’economia sono i giganteschi guadagni che si fanno senza sforzo comprando a quattro soldi terreni agricoli per poi “valorizzarli”, tanto l’urbanistica è stata cancellata e non ci sono più regole ad arginare la speculazione.

Speculazione che è fatta di nomi impressionanti. La società Autodromo del Veneto; la Veneto City Spa;  Monte dei Paschi, Unicredit e San Paolo; Pirelli Re; non potevano mancare gli sceicchi della Dubai Word; la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e la Mip Engineering; la Savem, società che gestisce lo scalo aeroportuale veneziano. Ha ragione Marco Paolini, che nel suo recente monologo Bisogna tenta disperatamente di denunciare questi misfatti in procinto di cancellare quanto resta della campagna veneta. E tutto ciò avviene in un territorio già devastato che non resiste neppure ad una pioggia più violenta del solito.

La speculazione immobiliare locale e internazionale, padrona incontrastata di questa Italia senza regole, sta divorando tutto ciò che capita, compromettendo il futuro delle prossime generazioni. Dobbiamo bloccare la cementificazione di terreni agricoli e indirizzare questi investimenti – ammesso che siano veri – verso le aree già edificate da riqualificare. Lo fanno in tutta Europa. Per farlo ci vorrebbe un’opposizione politica, visto che quella sociale esiste già da tempo e chiede il blocco dello spreco del territorio. Ma il consenso unanime verso la speculazione è testimoniato da un fatto simbolico: il deputato dell’opposizione (sic!) eletto in quelle contrade era Massimo Calearo, il quale oggi ha permesso un’ulteriore breve vita al governo che ha cancellato ogni regola urbanistica. L’aveva scelto l’indimenticabile sindaco di Roma Veltroni che, prima di consegnarla ad Alemanno, ha regalato alla sua città un piano regolatore da 70 milioni di metri cubi di costruzioni! Tutti uniti nel cemento,  dunque, mentre l’Italia va alla deriva.