E’ necessario riaprire il dibattito anche ideologico, culturale, storico, scientifico sulle forme di lotta più opportune ed efficaci  per i movimenti studenteschi e sociali. Mi pare che i complicati scontri di ieri a Roma lo richiedano.

Personalmente, sono ovviamente mortificato e indignato dai deputati “comprati” alla Camera. Lo sono anche nel vedere – in alcune riprese video – vari poliziotti e carabinieri che si accaniscono su manifestanti a terra o fermati. Un comportamento ingiustificabile sempre e ovunque, dato che le forze dell’ordine non si dovrebbero mai comportare in modo sadico o arrabbiato. Ma l’elemento più inquietante e di novità della giornata sta nel ritorno della vecchia – così mi pare – “lotta di piazza” (se non vogliamo chiamarla violenza) da parte di un settore non irrilevante dei manifestanti.

Prima di proseguire il ragionamento devo premettere, per inquadrarlo, che siamo  lontani dai livelli di violenza che la mia generazione ha vissuto e/o praticato tra il ’68 e il ’78, e aggiungere che il sistema o circuito mediatico-politico attuale, che enfatizza e condanna queste violenze non è credibile dato che non riesce quasi a distinguere tra petardi e autobombe. Ricordo, per esempio, che la contestazione e il fumogeno a Bonanni pochi mesi fa sono stati stigmatizzati come non successe neanche al lancio di sassi e chiavi inglesi contro il segretario della Cgil nel ’77, e che persino i semplici fischi a Schifani sono stati presentati quasi come un attacco alla sicurezza nazionale.

Tutto ciò premesso, resta il fatto che a Roma ci sono stati chiaramente (non era un video montaggio) dei momenti in cui una gran parte dei manifestanti urlava “basta bastaa una minor parte che col casco in testa e bastoni di vario tipo in mano attaccava la polizia. E che vari veicoli sono stati incendiati (come si fa? si butta un fiammifero nel serbatoio o siamo già arrivati alle molotov?).  Ho dedicato più di un’ora a documentarmi su vari siti e messaggi in Facebook e ho visto che ci sono varie insinuazioni su possibili infiltrati provocatori. Vedremo, sapremo, ci saranno ricostruzioni.

Il punto è che in ogni caso, tanta o poca, iniziale o successiva, tollerata o provocata, la violenza di piazza c’è stata e non è stata la reazione semplice e improvvisa di una popolazione disperata, dei senegalesi di Castel Volturno o dei licenziati occupanti una fabbrica che viene sgomberata, ma è stata una scelta politica. Mi basta citare queste frasi che traggo dal sito Infoaut.org: “Qualche auto blu in uscita da Montecitorio ha faticato ha portare a casa il politico di turno. E così, col passare delle ore, le diatribe auto-referenziali dei parlamentari hanno lasciato spazio alla materialità di un reale che oggi ha fatto la sua irruzione sulla scena politico-mediatica, con tutta le sue asprezze e le salutari paure per chi sta lassù in alto.

Le salutari paure… Su questo stesso sito, tra le risposte indignate (in difesa della violenza di piazza) all’indignato intervento di Luca Telese (contro la violenza di piazza) si legge pressapoco  che, dopo tante proteste pacifiche che non han portato a niente, come potete pretendere che ce ne stiamo buoni… Per chi, come me e come credo quasi tutti gli ex sessantottini ed ex settantasettini, pensava che l’opportuna radicalità di alcune iniziative di lotta delle ultime settimane fosse comunque tutta interna alla scelta di fondo della non violenza, è un po’ triste  ritrovarsi di nuovo ad affrontare l’equazione radicalità = coraggio = efficacia = violenza.

Decine di migliaia di manifestanti che si sdraiassero per terra per ore ( senza casco nè bastoni) nel centro di Roma sarebbero ben più radicali coraggiosi ed efficaci di un piccolo esercito scatenato a “sfondare la zona rossa”. E’ vero che c’è un’impotenza delle forme di lotta tradizionali, soprattutto nella misura in cui non destano più l’attenzione dei mass media (vedasi l’indifferenza di Repubblica per le manifestazioni Cgil, ad esempio), ma è ancor più vero che la violenza di piazza da decenni non è più un rafforzamento del conflitto sociale, e lo è sempre meno quanto più il conflitto è politico e fisicamente vicino ai palazzi del potere. Mi pare che la  violenza – anche un solo sasso contro un solo celerino – sia  solo  un problema, è invece  la creatività – anche attraverso l’illegalità e  la disobbedienza –  che  risveglia e potenzia il conflitto. Discuterne ora, dopo il 14 dicembre a Roma, è necessario.

Non si tratta di scavare un solco discriminatorio tra buoni e cattivi (se poi chi è senza peccato dovesse scagliare davvero  una pietra staremmo freschi). Molti sono o sono stati sia buoni che cattivi. Si tratta però di distinguere chiaramente che cosa è buono o mal che vada  innocuo e che cosa è invece cattivo per gli interessi dei movimenti che si battono per lo stato sociale e i beni comuni. Faccio anche notare che dal dibattito sui miei precedenti post è emerso che molti studenti, pur contrari al governo e alla Gelmini, non vanno in piazza perchè si sentono a disagio in questi contesti “antagonisti”.