Il grido di dolore lanciato da Emma Dante sulle pagine di Repubblica di oggi, circa lo stato di abbandono e di inagibilità in cui versano nel suo complesso gli spazi pubblici dei Cantieri culturali della Zisa di Palermo, non può non scuotere le coscienze e invitarci ad una riflessione vera e profonda sulle tante risorse sciupate, sprecate, sperperate del capoluogo siciliano. A partire da quanti (e sono tantissimi) non si rassegnano a questo degrado, a questa rimozione dei nostri, tanti “cimiteri” nascosti. Spazi pubblici che malgrado l’investimento economico e progettuale straordinario che caratterizzo una stagione del passato, fertile per questa città, oggi sono simbolo di morte (culturale oltre che morale), separati dalla città, chiusi, dimenticati.

L’abbandono in cui versano ha delle responsabilità politiche molto precise, innanzittutto da parte delle attuali istituzioni pubbliche che avrebbero dovuto in questi anni tutelarne e promuoverne la fruizione, l’utilizzo, la valorizzazione attraverso un progetto condiviso, con regole trasparenti, che coinvolgesse gli operatori culturali di questa città. Cosa che invece non si è voluto fare, preferendo la strada delle clientele, delle concessioni agli amici, dei ricatti per qualche briciola di finanziamento pubblico. Il potere politico ha agito così in modo del tutto spregiudicato e sconfinato. Limitando lo spazio di pensiero e di pluralismo culturale, e guai a chi si mette contro. I Cantieri culturali sono uno spazio pubblico, quindi pagato dai cittadini, che oggi non ha un progetto, una “missione” per la città.

Un contenitore bello, bellissimo, ma vuoto. Misero, povero, senza anima, senza memoria, senza parole. Tutto ciò nel vuoto pressocchè totale di una programmazione culturale che metta a valore i talenti, le produzioni, le idee che spesso mezzo mondo ci invidia, ma che in questa città restano dimenticate, estranee, cancellate. Non è una novità, si potrebbe dire. E l’elenco dei nomi e delle realtà che hanno pagato in prima persona il prezzo di questo cinico e spregiudicato atteggiamento è lungo. Ne piangiamo la scomparsa (come nel caso di Michele Perriera), spesso con una doppia morale che fa rabbia. Ci laviamo la coscienza, dimenticando le storie e le ragioni di questa latitanza forzata.

Mi chiedo, da cittadina oltre che da operatrice culturale di Palermo, che non ha nessun interesse personale su questo o quell’altro progetto, se non sia giunto il momento di alzare la testa, e di porre con forza il tema degli spazi pubblici destinati alla cultura, della loro gestione, della loro apertura, della loro progettualità. Se non sia giunto il momento, in mezzo a questo deserto culturale di intraprendere una iniziativa collettiva: un’azione concreta, promossa dalle associazioni culturali della città, tesa alla riapertura dei Cantieri culturali della Zisa e di tutti gli spazi pubblici analoghi, che metta in mora le logiche clientelari fin qui praticate, e pretenda un regolamento pubblico e criteri di trasparenza nell’affidamento di questi spazi.

Potremmo produrre un’azione ad esempio, partendo dal forum sulla cultura proposto dal movimento Per Palermo è ora. Il primo problema degli operatori culturali è proprio quello degli spazi, ma il paradosso è che questi ci sarebbero per tutte le realtà significative della città, garantendo quel pluralismo culturale che abbiamo perduto e pratiche di gestione virtuose, anche dal punto di vista non secondario delle potenzialità di ricaduta economica per la città. Solo che questi spazi o sono chiusi o sono già assegnati, non si sa sulla base di quale criterio. Questa modalità alla lunga ha seminato solo deserto, e le posizioni di rendita individuale non possono coprire il vuoto che c’è, o imporre una silente accettazione dello status quo. Prima o poi il deserto mangia tutti. Impoverisce la qualità, rende arido il pensiero, costruisce solo cimiteri.