Le rivelazioni di Wikileaks sono l’ultimo graffio su una macchina che sembra pronta alla rottamazione. I problemi di Silvio Berlusconi non si limitano ai rapporti con gli americani che lo considerano un “inaffidabile e vanitoso” amico di Putin. Accanto al timore per il contenuto dei nuovi cablogrammi Usa che sarà reso noto nei prossimi giorni, il premier deve fare i conti con la quotidianità degli ultimi mesi: i rifiuti di Napoli, la ricostruzione mancata dell’Aquila, l’Unione europea che proprio oggi ha richiesto una nuova manovra finanziaria se l’Italia non ridurrà al 3% il rapporto deficit/Pil entro il 2012 (ora la previsione è del 3,5%). Insomma, c’è poco da stare allegri. Anche perché, il 14 diccembre è alle porte. Quel giorno Berlusconi si troverà sotto un fuoco incrociato. Da una parte la Corte costituzionale che si esprimerà sulla legittimità del lodo Alfano, dall’altra la fiducia all’esecutivo a Camera e Senato. Ma non è tutto. Nelle ultime settimane, il Cavaliere si è dovuto pure adoperare per convincere il ministro Mara Carfagna a non dimettersi e a non lasciare il Pdl. Ha fronteggiato il caso Ruby, la giovane marocchina “salvata” con una telefonata alla questura quando lei era minorenne e ha dribblato le ultime rivelazioni di Nadia Macrì. Ovvio quindi che il presidente del Consiglio sia in affanno. Anche perché il suo esecutivo non sta meglio. I ministri o gli ex ministri nella bufera sono tanti. Il caso Bondi, che ha sistemato figlio ed ex marito della compagna e poi aiutato (creando persino un premio cinematografico ad hoc) l’attrice ballerina bulgare Michelle Bonev, è solo l’ultimo di una lunga serie. Dopo Scajola, a cui pagavano casa a sua insaputa, dopo Brancher, ministro per due settimane e dopo Michela Vittoria Brambilla che tra Aci e ministero ha sistemato la metà dei fedelissimi, nella corte di re Silvio l’aria ormai è da fine impero.   

Ma ecco una guida ragionata e necessariamente breve ai protagonisti dei principali scandali degli ultimi mesi

Aldo Brancher
Ministro per diciasette giorni. Tanto è durato il regno di Aldo Brancher al dicastero del Decentramento e della Sussidiarietà. Parabola discendente che termina il 28 luglio quando il tribunale di Milano condanna lo stesso Brancher a due anni di reclusione per ricettazione e appropriazione indebita nel processo con rito abbreviato per la vicenda Antonveneta. La sentenza dei giudici milanesi svela l’antefatto di una nomina subito definita ad personam. Si inizia il 18 giugno quando il presidente della Repubblica firma il decreto di nomina. Sei giorni dopo, il neo ministro invoca il legittimo impedimento e non si presenta in aula dove è indagato assieme alla moglie. I suoi legali parano le polemiche. Dicono che il loro assistito ha bisogno di tempo per riorganizzare il ministero. Niente tribunale, dunque. Il giorno dopo arriva la doccia fredda del Quirinale. Quel ministero, fa notare il Colle, è senza portafoglio. E dunque c’è ben poco da organizzare. Per il governo la situazione inizia a farsi insostenibile. Nella querelle entra anche il presidente della Camera. “Non voglio – spiega Gianfranco Fini – che nel mio partito e nel governo ci sia nemmeno il sospetto che c’è qualcuno che si vuol far nominare ministro perché non vuole andare in Tribunale”. E’ il primo di luglio. Un mese particolare per l’attuale leader di Fli. Da lì a poco, infatti, scoppierà l’affaire della casa di Montecarlo. Il cinque luglio, Brancher rompe gli indugi. Si presenta in aula e annuncia le sue dimissioni. Inizia e finisce così la storia dell’ex prete di Trichana (Belluno) che negli anni Ottanta molla la tonaca per seguire gli affari di Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri. Lui, l’unico ministro della storia repubblicana, diventato tale sebbene fosse reo confesso di aver pagato mazzette . Capita negli anni Novanta, quando Tangentopoli travolge Napoli e il ministero della Sanità.

Gianni Letta
Abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata. Tanto vale perché il nome di Gianni Letta finisca sul registro degli indagati. La notizia sul sottosegretario alla Presidenza del consiglio deflagra alla fine di settembre del 2009. Le accuse nei suoi confronti sono legate a presunti favori a “La cacsina”, holding di cooperative vicina a Comunione e Liberazione. Si tratta di un appalto per un centro di assistenza per richiedenti asilo a Policoro, in provincia di Matera. L’indagine è partita dalla procura di Potenza (i primi accertamenti sono stati decisi dal pm Henry John Woodcock). Dopo un conflitto di attribuzione con Roma però, il fascicolo viene trasferito alla piccola procura di Lagonegro, in provincia di Potenza. Prima della carriera politica, Letta lavora alla Fininvest. Fa il vicepresidente. E come tale nel 1993 viene ascoltato dall’allora pm Antonio Di Pietro. Davanti a lui ammette un finanziamento illecito di 70 milioni di lire, versati nel 1989 all’allora segretario del Psdi Antonio Cariglia.“La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”, racconta il futuro sottosegretario. Lo salva però l’amnistia del 1990. Cariglia, a sua volta sentito dai magistrati, comunque chiarisce: “Con Letta sono amico da tempo e, in una fase in cui i nostri rapporti con il PSI erano molto difficili, sapendo che la Fininvest aveva ottimi rapporti con il PSI, mi rivolsi a lui perché il PSDI avesse più spazio in televisione e non fosse discriminato”.

Roberto Calderoli
Il ministro per la Semplificazione normativa finisce nell’inchiesta Antonveneta. A tirarlo in ballo è l’ex ad di Bpl e Bpi Giampiero Fiorani.
Inizialmente, Calderoli viene indagato per appropriazione indebita. Accusa derubricata successivamente in ricettazione. E alla fine totalmente archiviata. Un accusa però imbarazzante visto che a muoverla, e a riperla nel corso di tutti i suoi interrogatori, è Fiorani. L’ex banchiere lodigiano sostiene infatti di aver versato a Aldo Brancher 2oo milioni di lire “che doveva dividere con Calderoli”. Per quanto riguarda Brancher si trovano i riscontri e si arriva alla condanna. Per quanto riguarda Caldroli no. E arriva così l’archiviazione. Senza però che il ministro per la Semplificazione denunci Fiorani per calunnia.

Renato Schifani

Non solo politica per il presidente del Senato Renato Schifani. Ci fu un tempo, infatti, in cui il parlamentare Pdl faceva l’avvocato a Palermo. Niente di male se no fosse per una serie di particolari oggi  imbarazzanti. Non solo perché l’attuale seconda carica dello Stato si è così ritrovato a sedere in una società, la Siculaborker, accanto a soci poi condannati per fatti di mafia, come il boss di Villabate, Nino Mandalà. Ma anche perché Schifani, assisteva sia in sede civile, sia come consulente extra-giudiziale, molti clienti legati a Cosa Nostra. Uno di questi, Giovanni Costa, poi condannato in primo grado per ricilcaggio, utilizzava Schifani come consulente in una serie di operazioni immobiliari finite nel mirino della magistratura. Inoltre c’era l’attività di penalista specializzato nei procedimenti di sequestro preventivo dei beni. In queste vesti, nel 1983, Schifani ha anche seguito  Giovanni Bontate, fratello di Stefano, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981, indicato da alcuni testimoni e collaboratori di giustizia come uno dei presunti finanziatori siciliani di Silvio Berlusconi. Oggi Schifani, stando a quanto ha rivelato L’Espresso, è sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Il settimanale ha anche raccontato come Schifani già negli anni Ottanta fosse solito viaggiare dalla Sicilia a Milano per rendere vista a Marcello Dell’Utri e il futuro premier.  Eletto nel collegio siciliano di Altofonte-Corleone, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, Schifani potrebbe essere stato uno dei canali tra i boss Filippo e Giuseppe Graviano, e il duo Berlusconi-Dell’Utri. In passato, come raccontato da IL Fatto Quotidiano, era già stato per tre volte indagato e altrettante archiviato.

Sandro Bondi
Il ministro della Cultura si è rivelata una persona di cuore, disposta ad aiutare i “casi umani”, come li ha definiti, ma solo quelli della famiglia della compagna, Manuela Repetti. Ma si è speso anche per l’attrice ballerina bulgara Michelle Bonev, creandole, fra l’altro, un premio ad hoc alla mostra del cinema di Venezia. Dopo aver sistemato il figlio di Repetti, Fabrizio Indaco, si è impegnato per l’ex marito della donna, Roberto Indaco, riuscendo a individuare nella relazione di spesa del Fus 2009, in tempi di tagli selvaggi al settore, una consulenza da 25mila euro. “Si tratta di una vicenda molto dolorosa”, ha detto al riguardo chiedendo “rispetto” perché è una questione “del tutto personale e privata”. Pubblica, invece, la vicenda legata a Michelle Dragomira Bonev. Per l’amica “molto cara al presidente Berlusconi” il ministro Bondi ha inventato dal nulla, dando prova di infinita creatività, a una serata evento al Lido con presenza della collega di governo, Mara Carfagna, una targa premio, fotografi e comparse varie. In un turbine di smentite poi smentite e rismentite, il titolare della cultura ha scoperto, in pieno stile Scajola, di aver premiato un film fantasma: “Goodbye Mama”, che avrebbe dovuto consegnare Michelle Bonev al firmamento cinematografico internazionale, non l’ha visto nessuno. Né in Italia né in Bulgaria. Così come il cachet della serata: nessuno avrebbe pagato la trasferta della delegazione di 32 persone portate sulla laguna ad assistere alla farsa bondiana. Secondo il ministro ha pagato la Bulgaria, ma il portavoce del premier bulgaro smentisce: “Tutto a carico del ministero dei beni culturali italiani”. Bonev, per riconoscenza, è intervenuta nella bagarre di dichiarazioni: “Ho pagato tutto io”. O meglio, “il mio fidanzato”. Soggiorni a cinque stelle? Cene sontuose? Red carpet? A Sofia dubitano.

Venerdì il ministro della Cultura bulgaro, Vezhdi Rashidov, intervenendo telefonicamente a un programma televisivo (video sottotitolato), ha detto: “Il nostro viaggio al Lido? Ho un invito ufficiale del ministro Sandro Bondi” (ecco il documento). Poi il colpo di teatro. Una lettera protocollata del primo ministro bulgaro Borissov datata 30 agosto (ecco il documento), in cui addirittura le autorità bulgare dettano all’Italia le condizioni. “La tratta si deve svolgere in aereo: Sofia-Venezia-Sofia. Viaggio e alloggio saranno coperti da chi ci riceverà”. La questione sta diventando un caso diplomatico (leggi l’articolo), visto che ieri lo stesso Bondi è intervenuto per smentire l’omologo bulgaro. Così, dal film fantasma, emerge una sorta di telenovela. Con il finale ancora tutto da scrivere.

Claudio Scajola
Da ministro dell’Interno nel Berlusconi 2 vantava già un piccolo primato: il disastro organizzativo del G8 di Genova e la battuta “Marco Biagi era un rompicoglioni che voleva la scorta”. Fu solo la seconda che lo portò alle dimissioni. Ritornato in sella nell’ultimo esecutivo, si dimette per la seconda volta da ministro (questa volta per lo Sviluppo Economico) dopo lo scandalo cricca/Propaganda Fide, quando si scopre che il “mezzanino” vista Colosseo in cui il ministro vive è stato pagato in parte con 80 assegni circolari intestati all’architetto Zampolini per un totale di 900mila euro. Zampolini è il progettista vicino a Diego Anemone, imprenditore accusato di avere ottenuto diversi appalti dalla Protezione Civile in cambio di sostanziose mazzette, in forma di immobili a prezzi di comodo e ristrutturazioni non fatturate. L’inchiesta su Anemone trascina con sé molti nomi noti: il procuratore Achille Toro, il funzionario del ministero delle infrastrutture Ercole Incalza, l’ex ministro Pietro Lunardi, lo stesso capo della Protezione Civile Bertolaso. Il 4 maggio, Scajola lascia il posto di ministro, sostenendo di avere regolarmente pagato 600mila euro – con tanto di mutuo – per la casa e che il resto, se esiste, sia stato versato “a sua insaputa”.

Paolo Romani
Ha lavorato duro e alla fine è stato premiato con il ministero dello Sviluppo economico, come sostituto di Claudio Scajola. Romani del resto è uomo di fiducia di Silvio Berlusconi da decenni, tanto da essere da sempre soprannominato  “il ministro delle tv”.  Quelle di Berlusconi.  Anche se, va detto, a Mediaset non ha mai lavorato. Ma per il Biscione ha sempre avuto buone idee. Nel 2005 è nominato sottosegretario alle Comunicazioni. Si allontana dalla capitale solo su incarico del Cavaliere per risolvere due vicende delicate: individuare un erede per guidare il partito in Lombardia, dove i ciellini di Formigoni creano qualche problema, e risolvere l’annosa e imbarazzante questione dell’area monzese della Cascinazza, di proprietà del fratello del premier. Una volta nominato ministro individua il modo per risanare una volta per tutte la Rai. Privatizzazione? No. Far pagare a tutti il canone della televisione pubblica. Il provvedimento, ha annunciato, potrebbe entrare nel milleproroghe: chi ha la corrente elettrica e paga regolarmente la bolletta dovrà versare anche il canone, a meno che non riesca a dimostrare di non possedere una televisione in casa. Ma si era già adoperato affinché l’agcom non divenisse “troppo imparziale”, bocciando gli emendamenti  che recepivano le direttive Europee.

Altero Matteoli
Il ministro dei Trasporti, ha preso una posizione netta sullo scandalo dell’evasione fiscale attraverso i maxi-yacht. Contro i controlli “aggressivi” della Guardia di Finanza. “La Guardia di Finanza svolge il suo lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio perché in alcuni casi questo non c’è stato”. Un attacco in piena regola che diventa sospetto quando si scopre che anche i figli di Matteoli sono finiti nel mirino delle fiamme gialle. Poca cosa comunque a confronto dei guai del padre che invece è ancora sotto processo per favoreggiamento. Matteoli infatti è accusato di aver avvertito , quando era ministro dell’Ambiente, un indagato dell’esistenza di un’inchiesta su uno scandalo edilizio a base di mazzette dell’Isola d’Elba. Un dibattimento attualmente sospeso in attesa delle decisioni della Corte Costituzionale dopo che il ministro era stato salvato da un voto del parlamento. I problemi di Matteoli comunque non si chiudono qui. Durante le indagini sugli appalti della Cricca ha ammesso con i giornalisti di aver nominato provveditore alle Opere Pubbliche della Toscana un funzionario senza i titoli necessari, solo perché era stato così richiesto dal coordinatore del Pdl Denis Verdini. Mentre il comune di Orbetello, dove è stato sindaco nel 2006, è finito nel mirino dei giudici  di Napoli che, tra bancarotte e imprenditori di destra legati alla camorra, hanno arrestato amici e conoscenti, movimentando parecchio la laguna dell’Argentario.

Michela Vittoria Brambilla
La rossa di Calolziocorte ama la libertà, negli spostamenti come nelle scelte di governo. Per questo da ministro del Turismo non si è fatta mancare i voli con gli elicotteri di Stato – ad esempio per andare ad incontrare il proprio comitato elettorale – e ha raggiunto il considerevole record negativo di 157mila euro di spese viaggi contro un budget di 27mila (anno 2009). E con la stessa libertà ha gestito le assunzioni nel suo dicastero. Almeno una decina di fedelissimi che la seguono in tutte le sue iniziative hanno trovato un lavoro nel ministero. Da Giorgio Medail, che la portò in televisione negli anni novanta, a Luca Moschini, passato direttamente dai circoli della libertà alla realizzazione dei siti ministeriali (e personali) della Brambilla. Più un intero staff di giornalisti e segretarie catapultato dai Promotori e dalla Tv della Libertà al “rilancio dell’immagine” turistica dell’Italia. Per non dire della gestione dell’Aci, nel cui Cda infila il compagno Eros Maggioni, il figlio del ministro La Russa, Geronimo (vicepresidente), e Massimiliano Ermolli. Quest’ultimo, figlio del più noto Bruno, fedelissimo del premier, da commissario dell’Automobile club è colui che gestisce il rinnovo del consiglio di amministrazione. Alle elezioni si presentano due liste. Il commissario Ermolli ne esclude una. Ammessa solo l’altra, in cui guardacaso lo stesso Ermolli è candidato.

Renato Brunetta
Il ministro che doveva rivoluzionare la pubblica amministrazione si è fatto notare, ad oggi, più per le sue (presunte) frequentazioni che per i famigerati tornelli da mettere nei tribunali. Alla fine di settembre il nome del ministro della Funzione pubblica entra (mai indagato) nelle inchieste sul parco delle 5 terre che mettono nei guai il responsabile Franco Bonanini e il sindaco di Riomaggiore, Gianluca Pasini. Di lui e del suo rustico nelle 5 terre gli indagati parlano spesso nelle conversazioni intercettate. Passano due mesi e il nome di Brunetta balza di nuovo agli onori della cronaca, tirato in ballo da Perla Genovesi, ex assistente parlamentare, finita in carcere per spaccio. Genovesi racconta di avere presentato al ministro la sua amica, la escort Nadia Macrì. Macrì a sua volta conferma e racconta di rapporti sessuali con il ministro, per 300 euro a incontro più alcuni gioielli. In cambio la ragazza, separata dal compagno e in difficoltà con l’affidamento del figlio, avrebbe ottenuto l’intercessione con l’avvocato Taormina. Brunetta smentisce gli incontri sessuali, ma conferma di avere conosciuto la ragazza grazie all’interessamento della Genovesi e di averla segnalata a Taormina.