“Per chi volesse approfondire, l’appuntamento è nei teatri del suo tour, a partire dal 5 ottobre: trentatré euro il biglietto d’ingresso. Che dire? La rivoluzione costa, compagni…”

Queste parole di Claudio Fava hanno fatto infuriare diversi lettori de Il Fatto: molti insulti, molta polemica, molto biasimo.

Non mi interessa difendere Claudio Fava, anche se mi è simpatico (non foss’altro perché porta lo stesso cognome di mia madre,  il che spiega perché tutti quegli insulti che ironizzano sul nome mi abbiano dato particolarmente fastidio – ma non siamo parenti). Non mi interessa difenderlo, dicevo, perché sicuramente è in grado di farlo meglio da solo e poi perché, in effetti, nelle tre righe e mezza che dedica all’argomento fornisce una lettura volutamente parziale di un fenomeno sicuramente molto più complesso e interessante: dicesi provocazione. Credo che fosse perfettamente consapevole del fiume di critiche che gli sarebbe piovuto addosso.

C’è qualcosa però, in questa faccenda, che non mi torna e provo a rifletterci.

In sostanza, cos’è che fa tanto arrabbiare i sostenitori e gli attivisti del Movimento 5 Stelle? Cos’è che li porta a scagliarsi con tanto livore contro chi li critica. Di preciso non lo so: alla prima occasione ne parlerò di persona con gli amici del gruppo regionale piemontese.

Nel frattempo provo a farmi (e a farvi) qualche domanda.

Cos’è che non si può dire?

Non si può dire che Grillo è persona molto ricca e che questo stride un po’ con l’aura da guru che lo circonda, con i proclami rivoluzionari, con la devozione che molti sembrano portargli?

Non si può dire che lo stile, la modalità, il linguaggio con cui Grillo attacca la casta è troppo aggressivo, violento?

Non si può dire “questo stile, questo linguaggio non mi piacciono”?

Non si può dire che inneggiare al vaffanculo a ripetizione si presta a fastidiosi paralleli con una certa prosopopea leghista?

E quindi non si può dire che Grillo, e quegli esponenti/seguaci del Movimento 5 Stelle che sono particolarmente influenzati dal suo “stile”, usano metodi dialettici violenti e scarsamente rispettosi dell’interlocutore?

Non si può dire, senza esprimere giudizi – né negativi, né positivi  –  in proposito che Grillo trae sicuramente anche un ampio profitto economico dal successo del Movimento 5 Stelle?

Cos’è che disturba così tanto nella messa in discussione di Grillo? Cos’è che provoca queste reazioni così rancorose?

Un po’ è la frustrazione che subiamo da decenni (da secoli?) di gattopardeschi trasformismi ad opera dei partiti, la sindrome da scatole piene che ci porta a reagire in modo scomposto a chi si permette di mettere in discussione anche solo un aspetto di un processo, di un movimento, di un percorso che, va detto, ha veramente una sua unicità, una sua indipendenza, una sua autentica provenienza dal basso.

Un po’ è nello stile stesso, nel linguaggio di cui sopra: questa modalità così diretta e aggressiva di portare avanti le denunce e le proposte, non può non accompagnarsi con una modalità diretta e aggressiva di difenderle.

Un po’ è il timore (legittimo) che attaccando il leader c’è chi vuole delegittimare tutto il movimento.

E quindi mi chiedo: il Movimento 5 Stelle ha ancora bisogno di Grillo? Probabilmente sì. Ne ha bisogno tanto quanto ne aveva prima di nascere? Probabilmente no, e ne avrà – mi auguro – sempre meno bisogno. Difenderlo a spada tratta su tutto serve? Non credo. La risposta più intelligente a chi critica il M5S definendolo Grillo-dipendente e autoreferenziale, accusandolo di distruggere solamente e mai di costruire, addebitandogli il peso della responsabilità delle vittorie del centrodestra, sarebbe una progressiva e seria maturazione del movimento, che forse in realtà già sta avvenendo: se molte reazioni alle critiche e alle provocazioni sono volgari e cariche di stizza, infatti, molte altre argomentano sui contenuti e sulle peculiarità di cui spesso chi critica il M5S finge di non accorgersi.

Una maturazione che passa sì attraverso l’operato serio, entusiasta, disinteressato dei tanti consiglieri comunali/provinciali/regionali in giro per l’Italia, ma che credo anche non possa prescindere da una evoluzione del linguaggio, della disponibilità al dialogo, della capacità di mettere in discussione anche se stesso, a partire dalla persona che lo ha tenuto a battesimo.