La Corte europea dei diritto dell’uomo è l’organo giurisdizionale al quale la Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali aperta alle firme – ironia della sorte per quanto sto per scrivere – a Roma il 4 novembre 1950 ha affidato il compito di garantire il rispetto dei diritti e delle libertà civili e politici stabiliti nella Convenzione medesima da parte degli Stati firmatari.

La Convenzione sancisce, tra gli altri, il diritto alla vita, il divieto di torture e del lavoro forzato ma, soprattutto, il diritto alla libertà ed alla sicurezza, quello ad un equo processo ed alla libertà di pensiero, coscienza, religione e, naturalmente, manifestazione del pensiero oltre che quello alla riservatezza ed alla libertà di associazione.

Nel quadro delineato dalla Convenzione dei diritti dell’uomo, la Corte Europea costituisce l’ultimo ed il più alto paladino dei diritti e delle libertà di ogni cittadino cui ricorrere quando la giustizia nazionale, il legislatore ed il governo falliscono ed incorrono in violazioni – evidentemente gravi data la portata dei diritti garantiti dalla Convenzione – violano i principi fondamentali stabiliti nella Convenzione medesima.

E’ per questo che a sfogliare i dati relativi ai procedimenti celebratisi sino ad oggi dinanzi alla corte Europea dei diritti dell’uomo non si può non preoccuparsi.

Il Governo italiano, infatti, è stato chiamato a difendersi dinanzi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo 2156 volte ovvero più di ogni altro Paese firmatario della Convenzione eccezion fatta per la Turchia che ha sfondato la soglia dei 2500 procedimenti.

Solo per dare un quadro della serietà della situazione, al terzo posto in questa classifica negativa degli Stati in cui sussistono maggiori dubbi ed incertezze circa il rispetto dei diritti dell’uomo, si piazza l’enorme ex Unione Sovietica con poco più di mille procedimenti ovvero meno della metà di quelli celebrati contro il nostro Paese.

Il numero complessivo dei procedimenti promossi contro Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo non si avvicina neppure a quello dei giudizi nei quali la Corte Europea è stata chiamata a pronunciarsi nei confronti del Governo italiano.

In Spagna, Finlandia, Norvegia e nella più parte degli altri Paesi firmatari, difficilmente, il numero dei procedimenti avviati supera i 10/20 casi.

E’ ovvio – e per fortuna! – che non tutti i procedimenti promossi contro il nostro Governo si sono conclusi con un accertamento da parte dei giudici della Corte di un’effettiva violazione dei diritti fondamentali dell’uomo ma, salvo a non voler pensare che per qualche strana mutazione genetica il cittadini italiani sono più sensibili o mitomani di quelli di tutti gli altri Paesi è ovvio che qualcosa non funziona.

O nel nostro Paese, il sole, il relativo benessere e la facciata di “normalità” nasconde una situazione della quale troppo poco spesso si parla o, comunque, nel nostro Paese, esiste una diffusa sensazione di sfiducia, diffidenza e sospetto da parte dei cittadini nei confronti del Governo con conseguente necessità di rivolgersi più spesso che altrove ad un giudice super partes affinché verifichi se lo Stato abbia o meno violato i propri diritti e le proprie libertà fondamentali.

Tanto che la risposta corretta sia la prima, quanto che sia la seconda, credo non possa dubitarsi dell’opportunità di affrontare con urgenza il problema.

O in Italia non godiamo dei diritti e delle libertà fondamentali quanto sarebbe naturale facessimo o temiamo di non goderne.


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