Non saprei come chiamarla, questa forma di comunicazione che si è infilata nella nostre vite, ed è proliferata a dismisura.

Il primo indizio l’ho avuto osservando la mia famiglia, ogni giovedì sera, prender posto davanti alla televisione per il rito di Annozero. E dico prendere posto nel senso letterale del termine. Perché sembravano spettatori in un cinema qualsiasi. Quelli che non volevano perdersi una parola stavano davanti, quelli che volevano starsene stravaccati si mettevano dietro, quelli che tornavano dal bagno chiedevano rapidi aggiornamenti, pop-corn salatini e bibite abbondavano tra gli spettatori. Ma, ancor più interessante, era il cicaleccio di riassunti delle puntante precedenti alternato a quello di anticipazioni e previsioni sulla puntata in corso : “Hai sentito che ha detto…”, “Hai visto chi c’è …”, “Ah, stasera ne vedremo delle belle…”, “Non gliela farà passare liscia, neanche lui può dire una cosa del genere…”, “Madonna, adesso se lo mangia!

Ecco, questa improvvisa passione per Annozero mi sembrava condivisibile, ma mi lasciava perplesso che si manifestasse secondo modalità che un decennio prima avevo visto applicate, più o meno simili, sempre in ambito familiare, per Beautiful e Centovetrine.

Che stava succedendo? Intanto, succedeva che Il Fatto era stato finalmente distribuito nelle edicole della mia città e che mia madre aveva cominciato a comprarlo e a leggerlo con regolarità. O meglio, lo comprava con regolarità e lo leggeva con integralismo. Tutto. Dalla prima all’ultima parola, comprese le errata corrige e l’elenco dei nomi dei redattori. Ci passava sopra interi pomeriggi, occhiali inforcati, scuotendo la testa e imprecando sottovoce, e soltanto di rado concedendosi pause per bisogni fisiologici o per preparare il pasto dei gatti (che essendo dieci, ed essendo tutti più o meno malati, hanno bisogno di medicine e diete individualizzate). Nel tempo, l’integralismo ha lasciato il posto alla fede e qualche pagina è stata saltata, ma la lealtà con cui mia madre continua a leggere le pagine di questo giornale (ben prima che mi ospitassero col mio blogghetto) è pari solo, ancora una volta, alla lealtà che riserva da vent’anni a Brooke, Ridge e a Uomini e Donne.

Di nuovo. Che sta succedendo? Come è possibile che una pensionata mediasettizzata sia diventata una lettrice vorace di un giornale antigovernativo o un programma di inchiesta giornalistica abbia per gli spettatori assunto la ritualità classica e sviluppato la dipendenza emotiva dei mega-teledrammoni a puntate (tipo Dallas o Dinasty ai loro esordi)?

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L’ha risposta l’ho trovata in un recente saggio di Jedlowsky (Storie Comuni), che rimanda a un altro saggio di Benjamin (Il narratore), nel punto in cui ci si preoccupa di segnare la distanza tra informazione e narrazione.

Secondo Benjamin, che ha comunque in mente uno scenario ben diverso da quello attuale italiano, “l’informazione è l’antitesi della narrazione”. E questo per tre motivi. 1) Perché le notizie di un tempo che provenivano da lontano, che “viaggiavano”, non disdegnavano di far emergere tra la polvere del tragitto anche qualche scintilla di suggestivo o addirittura di meraviglioso, mentre la notizia giornalistica attuale pretende assoluta plausibilità. Va anche detto che la notizia di un tempo, per il fatto stesso di aver viaggiato così a lungo di bocca in bocca, assumeva una sua credibilità che rendeva superfluo alcun controllo, mentre la notizia attuale pretende il controllo immediato delle fonti (non risultando con questo necessariamente più accurata della notizia di un tempo). 2) L’informazione è atomistica, isolata nella cornice di un articolo, staccata da antecedenti e conseguenti (se non mettendo in ordine cronologico vari articoli che si riferiscono allo stesso fatto), mentre la narrazione inserisce eventi ed azioni in una specifica e delimitata sequenza temporale che ha un inizio uno svolgimento e una fine. 3) L’informazione vive e si esaurisce nel tempo della sua novità, mentre la narrazione non si consuma, anzi trova nella ripetibilità un suo atto di forza.

Riassumendo… Le caratteristiche che separano l’informazione dalla narrazione sembrano essere sostanzialmente tre: la pretesa di plausibilità, il carattere atomistico, il consumo immediato.

Bene, questo era il bottino critico con cui fare i conti, e che subito mi ha suscitato una riflessione: siamo certi che sia ancora così o la situazione non si è al contrario ribaltata? Perché, anche se da più parti si sostiene che la narrazione (sia quella artefatta che quella spontanea) sia disincentivata nella nostra società, a scapito dell’informazione e del pensiero scientifico, a me sembra invece l’opposto. E’ vero che abbiamo smesso di essere narratori fluenti e ci rivolgiamo per placare la nostra sete di storie alle agenzie deputate: un po’ di radio e, soprattutto, cinema e tv. Ma è pur vero che la narrazione ha invaso con le sue forme e modi anche altri campi dando luogo a ibridi a volte interessanti (come nel caso della scienza, dove ha costretto gli studiosi, come ricorda ancora Jedlowsky, a rendersi conto che la scienza non può fornire un rispecchiamento della realtà ma solo una sua rappresentazione), ma da altre parti, come nel caso dell’incontro informazione-narrazione, gli esiti sono stati nefasti se non addirittura fatali.

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Se l’informazione viene seguita suscitando reazioni e comportamenti che dovrebbero prodursi di fronte a una narrazione di buon livello, non sarà perché, ragionando per assurdo, l’informazione è diventata narrazione? Cioè, che l’informazione non ha soverchiato la narrazione, relegandola in un angolo, ma che quest’ultima al contrario si è presa di colpo tutto il cucuzzaro imponendo all’altra i suoi schemi e le sue strutture?

Torniamo alle tre distinzioni base tra informazione e narrazione a cui abbiamo accennato e pensiamo per un momento a una sola notizia data dal TG1. Le notizie di questo famigerato telegiornale non sono quasi mai plausibili, esattamente come accade nelle narrazioni, dove non si cerca il vero ma il verosimile (da qui, per logica conseguenza, si può arrivare a trasformare un prescritto in un assolto); le notizie non sono slegate le une dalle altre, ma vengono artatamente montate, proprio come si fa con il montaggio cinematografico, per aumentare o diminuire certi effetti emotivi sul pubblico; le notizie, infine, non si consumano affatto nella novità perché o non vengono date (se troppo nuove e scottanti, vedi scoop spacciati per gossip) oppure diventano materiale per intrecci giornalistici che da servizio rimandano a servizio in un fiorire di trame e sottotrame che farebbero invidia a una telenovelas brasiliana.

Questo è quello che è successo: che l’informazione, in Italia, è diventava una barzelletta. E lo è diventata, perché, prima, è potuta diventare narrazione (e la barzelletta è, appunto, un genere della narrazione). Come ciò sia accaduto è complesso da spiegare. C’entra il conflitto di interessi di Berlusconi, che ci ha mediasettizzati e ha atrofizzato le nostre naturali capacità di narratori; c’entra lo strapotere politico di Berlusconi che gli permette di tenere sotto ricatto un terzo dell’Italia che conta; c’entra, poi, la nostra naturale tendenza a farci catturare da tutto ciò che ci viene presentato con una confezione narrativa (anche se questo significa comportarsi come la falena con la lampada che la friggerà.)

Prima di lasciarci, tanto per essere sicuri, facciamo la cosiddetta prova del nove. Torniamo alle basi. Che cosa significa narrare? Narrare significa raccontare un mondo attraverso una storia. La storia ha, come suo unico scopo, quello di riguardare azioni e eventi, e connetterli tra loro in un determinato spazio e in una logica sequenza temporale. Nel far questo, la storia si fonderà con il mondo in cui è ambientata, ricevendone concretezza e originalità. La narrazione, insomma, non ha nessuna responsabilità morale nei confronti dei fatti, ma solo di come i fatti vengono intrecciati tra loro: non le importa che ciò che stia accadendo sia vero o sia giusto ma solo che sia coerente e credibile in base alle regole interne del discorso narrativo (esattamente come molta parte dell’attuale informazione italiana).

Ma c’è di più. Narrare significa a un certo punto ripiegarsi su casi particolari e chiamare in causa un protagonista, un antagonista, un alleato, un conflitto, un obiettivo, un piano, delle prove e degli ostacoli, una rivelazione o auto rivelazione tematica. Insomma, esattamente gli ingredienti che troviamo da anni nelle cronache politiche (e quindi giudiziarie) del nostro Paese. Attribuiamo i ruoli, basandoci sull’attualità: il Protagonista è sempre Lui, l’Immarcescibile, Berlusconi; l’Antagonista è una figura multipla, più che una figura è una funzione interpretata da personaggi diversi, ma per comodità diciamo Di Pietro da una parte e le Toghe Rosse e i Comunisti in generale dall’altra; l’Alleato è Bossi; l’Alleato-Antagonista è Fini; l’Obiettivo dichiarato è sconfiggere i Comunisti, quello implicito (e a volte dichiarato in un delirio di onnipotenza logorroico-schizofrenica) rimanere al governo per ottenere più vantaggi possibili per se stessi e la propria cricca; il Tema è riportare la Libertà e la Democrazia in Italia; il Piano è, mi verrebbe da pensare, molto articolato, ma in questi ultimi tempi più che mai concentrato nel fare un uso strumentale narrativo dell’informazione (pensiamo al caso Boffo), ovvero stritolare i fatti del giorno dentro una Grande Storia che è poi sempre la stessa (Berlusconi-che-combatte-contro-i-Comunisiti-per-assicurare-la libertà-e-la-democrazia-all’Italia) e che di volta in volta serve a coprire le mille piccole storie di malaffare nazionale o locale (ma sempre riagganciate a quella narrazione più vasta.)

La domanda è: per quanto gli italiani saranno disposti ad accontentarsi di quella mega narrazione, che nel suo essere buona per tutte le stagioni denuncia anche la sua pochezza e la sua usurabilità (perché soltanto la ripetibilità ossessiva dovuta al conflitto di interessi mi convince che qualcuno riesca ancora a bersela)? E la seconda domanda è: quando si stuferanno gli italiani di fare il tifo davanti ad Annozero per J.R. o per Sue Ellen e e usciranno in strada per essere protagonisti della loro storia?

Perché le vere narrazioni non prevedono mai le interruzioni pubblicitarie.

P.S. L’alternativa è prepararsi all’arrivo dell’undicesima piaga… dopo rane, mosconi e pidocchi… storie inventate, narrazioni surreali, ricostruzioni che hanno tanto di suggestivo, molto di meraviglioso, e assolutamente niente di plausibile. Ah, ma quella è già arrivata!