Nel 1980 il mondo ne consumava 45 milioni di tonnellate, nel 2002 almeno il triplo, e la tendenza è in crescita costante. Stiamo parlando della carne, preziosa fonte di proteine, sempre più richiesta tanto dai paesi industrializzati che da quelli in via di sviluppo. Il dilemma è come garantire la presenza di un elemento tanto importante per la nostra alimentazione senza per questo dilapidare le risorse ambientali necessarie a produrlo.

Il professor Philip Thornton dell’università di Edimburgo, sembra aver scoperto l’uovo di Colombo. In un articolo che sta facendo discutere, pubblicato lunedì scorso all’interno di uno studio sul cibo presentato dalla Royal Society, Thornton segnala lo sviluppo delle ricerche per la messa a punto di carne prodotta in modo esclusivamente artificiale. In questa prospettiva lo scienziato ripone ben più fiducia che nel pur avveniristico uso delle nanotecnologie, la cui applicazione potrebbe migliorare la salute dei capi di bestiame. Dati i ritmi di crescita della popolazione mondiale, che dovrebbe attestarsi sui 9 miliardi entro 40anni, e l’aumentare della richiesta, il consumo di carne animale “naturale” dovrebbe essere decisamente accantonato. “L’ambito delle ricerche in corso sulla produzione di carne artificiale è in continuo sviluppo”, assicura lo scienziato. “Si tratta in altre parole di carne creata in laboratorio o industrialmente senza assolutamente coinvolgere animali”. Solo sui tempi l’ottimista Thornton frena. C’è ancora bisogno di almeno un decennio di ricerche prima di arrivare a commercializzare il prodotto.

Già nel recente e ben documentato “La fine del cibo” (Codice Edizioni 2009), best-seller nel mondo anglosassone, il giornalista americano Paul Roberts aveva criticato il regime alimentare consumistico adattato dal nostro Primo Mondo, a cui aspirano sempre più fortemente economie emergenti e in esplosione demografica, come la Cina e l’India. Nel saggio Roberts indicava proprio nella sempre crescente corsa al consumo di carne e pesce i motivi dell’insostenibilità ambientale del nostro modello alimentare di sviluppo. All’orizzonte, il sorgere di disastrosi conflitti per l’accaparramento delle risorse naturali necessarie alla produzione delle preziose proteine animali. Per evitare i quali, il giornalista avanzava proposta di ridurre drasticamente il consumo di carne e pesce, fino ad arrivare ad eliminarlo.

Le ricerche segnalate da Thornton sembrano rappresentare la parte costruttiva del discorso, in quanto indicano la possibilità di abbandonare lo sfruttamento intensivo dell’ambiente e del mondo animale, senza rinunciare tuttavia al valore alimentare della carne. Il problema è che sull’ipotesi restano al momento molti lati oscuri. Non vengono rivelati dettagli riguardo alla composizione, né alla produzione del nuovo nutrimento, e anche il problema dell’impatto sulla salute non sembra ricevere la dovuta considerazione. L’articolo ha però il merito di attrarre l’attenzione su come scienza e tecnologia dovranno provare a superare l’impasse di una catastrofica catena di conseguenze: fine delle risorse naturali, fine della carne, fine generalizzata del cibo.