“Il giornalismo è la spina dorsale della libertà dell’opinione pubblica”. Così Maurizio Viroli, docente di Teoria politica alla Princeton University, commenta lo scoop di Wikileaks: la pubblicazione di 75mila documenti segreti del Pentagono sulla guerra in Afghanistan. Stragi di civili, morti per fuoco amico, servizi segreti del Pakistan che fanno il doppio gioco e aiutano i Talebani: insomma, la prova del fallimento della missione americana. La Casa Bianca ha condannato con forza una fuga di notizie che “mette a rischio la vita di americani e alleati e minaccia la sicurezza nazionale”.

Ma a nessuno è sinora venuto in mente di mettere un bavaglio alla stampa. È così, professor Viroli?

Pur tra tante contraddizioni, negli Stati Uniti c’è la tendenza a rendere il potere sempre più visibile ai cittadini. In Italia succede l’opposto. E il potere politico, reso invisibile, diventa sempre più incontrollabile.

Il fondatore di Wikileaks, l’australiano Julian Assange, ha detto che è buon giornalismo puntare l’indice contro gli abusi di potere.

Se in un Paese la stampa non ha più il senso della propria missione, la vita democratica si incrina. È difficile parlare di libero consenso, se non c’è libero dissenso.

È il caso dell’Italia?

Esatto. Sui nostri media Berlusconi ha non solo un controllo diretto, ma anche indiretto: è in grado di evitare che pure i direttori delle testate non sue esercitino una critica severa su quello che accade. Cosa che invece la democrazia esige.

La vicenda di Wikileaks ricorda quella dei Pentagon Papers: nel 1971 il New York Times pubblicò documenti segreti che provavano le bugie dell’amministrazione americana sulla guerra in Vietnam. Fu una vittoria per la stampa libera.

Di fronte alle pressioni del governo, il direttore del giornale rispose: “Io metto in pagina ciò che ritengo necessario per l’opinione pubblica”. In Italia dovremmo prendere esempio da queste schiene dritte: sono una garanzia fondamentale di libertà.

Grazie ai Pentagon Papers, l’opinione pubblica americana si convinse che la guerra in Vietnam era ingiusta. Accadrà lo stesso per quella in Afghanistan?

Credo che gli americani continueranno a considerare la guerra in Afghanistan giusta. Ma si rafforzerà l’idea che è difficile vincerla. Molti esperti vicini all’amministrazione americana, del resto, già lo pensano.

Resta il fatto che all’opinione pubblica non è stata detta la verità sulla reale situazione in Afghanistan.

Obama ha basato la sua politica estera su due presupposti: andare via dall’Iraq e portare a termine l’operazione in Afghanistan. Le informazioni segrete diffuse oggi fanno emergere che questo obiettivo è difficile da raggiungere. Questo può avere spinto l’attuale amministrazione a non divulgare certi documenti. Ma le responsabilità più gravi sono dell’ex presidente George W. Bush: ha cercato in tutti i modi di giustificare la guerra totale al terrorismo, forzando i limiti costituzionali. Se quanto è stato pubblicato oggi proverà che qualcuno ha commesso degli errori, Obama dovrà punirlo con severità. Se no perderà consensi.

E sul piano della strategia militare?

È presto per dirlo. Ma sarà più difficile per Obama giustificare il rafforzamento della presenza militare nell’immediato, per poi lasciare l’Afghanistan.