Io credo di essere un seguace della “decrescita”. Uso la forma dubitativa unicamente perché so che mettere insieme due parole come seguace e come decrescita è molto impegnativo. Secondo me un seguace vero dovrebbe applicare la teoria in cui crede alla lettera e io certamente non sono uno di questi. E’ un po’ come quando uno afferma di essere un comunista. Io ci vado sempre molto piano a dirlo perché ho conosciuto alcuni che si dicevano comunisti, e secondo me lo erano veramente, per i quali ho un tale rispetto che quando mi accusano dicendomi, quasi per insultarmi, “sei un comunista” io rispondo sempre: “Magari!”

Io con la teoria della decrescita ho un po’ questi dilemmi qui, nel senso che cerco di applicarmi e soprattutto cerco di diffondere nelle cose pubbliche che facciamo nel circolo, le idee e i comportamenti legati a questo movimento di pensiero, pur sapendo di non essere perfetti. Ma da quando ho letto “La decrescita felice” di Maurizio Pallante, e ho ragionato sulle cose che ci accadono intorno, non ho potuto fare a meno di ritenere prioritario in ogni ragionamento politico che affrontavo, confrontare le possibili soluzioni ai problemi con i concetti legati alla teoria della decrescita.

Peggio ancora è stato quando, approfondendo la cosa, mi sono imbattuto in Serge Latouche, che è uno che, per intenderci, dice cose così: “Dopo anni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali – siccità, inondazioni, cicloni – è già in atto. Ai cambiamenti climatici si accompagnano le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) ma anche possibili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi biogenetiche. Ormai è noto a tutti che stiamo andando dritti contro un muro. Restano da calcolare solo la velocità con cui ci stiamo arrivando e il momento dello schianto.”

E ancora (sempre dalle prime due pagine del suo libro “La scommessa della decrescita”, per cui vi lascio immaginare le altre 180): “Proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non tra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo. E’ noto che la causa di tutto ciò è il nostro stile di vita fondato su una crescita economica illimitata. E, malgrado tutto ciò, il termine “decrescita” suona come una sfida o una provocazione. Nel nostro immaginario la forza della religione della crescita e dell’economia è tale che parlare di decrescita necessaria risulta letteralmente blasfemo e chi si arrischia a farlo è quantomeno considerato iconoclasta”.

Io avrei scritto stronzo, al posto di iconoclasta, così si capiva meglio, ma il senso è quello.

E io non avrei osato parlare di decrescita, neppure tra queste pagine, se non fossi stato incoraggiato da un ragazzo che, intervistato da qualcuno del TG3, a Torino, in un inchiesta che mirava a far conoscere il pensiero dei cittadini piemontesi in merito al trasferimento di parte della produzione FIAT in Serbia, ha risposto dicendo più o meno che “se la cosa servisse per produrre meno auto io non potrei che esserne felice”.

Ecco, sul caso FIAT a me vien da pensarla come quel ragazzo qui. Sì, lo so, io sono sempre stato dalla parte degli operai; non mi piace l’accordo fatto su Pomigliano e reputo tutti coloro che non si sono opposti adeguatamente a quelle negazioni di diritti, soprattutto tra i sindacati e i partiti della sinistra, delle stratosferiche teste di cazzo, e naturalmente mi dispiace che qualcuno perda il posto di lavoro, però, se oggi vedessi fallire la FIAT, così com’è oggi, dopo che ha ricevuto una infinità di fondi senza che gli sia stato imposto un benché minimo vincolo sulla ricerca di nuove tecnologie ecc. ecc, e senza che l’azienda, di testa sua, l’abbia fatto, be, allora credo che penserei che questa dirigenza ha avuto quello che si merita.

No, perché qui o la smettiamo di fabbricare auto come quelle che stanno fabbricando e cominciamo a pensare a diversi modi di spostarci, di progettare le città, di consumare, di Vivere, o non possiamo poi certo meravigliarci se ogni tanto un pozzo di petrolio in mare distrugge l’intero ecosistema di un golfo, se in Cina accade altrettanto e se presto nel nostro mare, dove la BP sta perforando grazie alla gentile concessione dell’amico Gheddafi, accadrà lo stesso.

E questo, naturalmente, non è altro che l’esempio più recente che possa ricordarvi. Per tutti gli altri leggete le cronache quotidiane, fate i conti dei miliardi di danni subiti ogni volta che viene uno squasso d’acqua oppure date un occhio alla miriade di climatizzatori piazzati fuori dalle finestre, oppure…potrei proseguire ore a fare degli esempi e a voi faccio senza farli.

Pensando quindi alla “decrescita” alla “Fiat” e alla crisi di rappresentanza che il mio, come gli altri partiti della sinistra, palesemente hanno, mi chiedo: perché non cominciamo a rappresentare per tutti un idea diversa di futuro?

Se questa cosa qui non cominciano a dirla i sindacati, il mio partito, gli altri partiti della sinistra, gli intellettuali e tutto il resto della fila, chi la deve dire?

Di cosa abbiamo paura? Questi teorici qui della decrescita, ai quali credo, ci danno si è no sessant’anni di buono prima di sprofondare definitivamente nella merda.

Eppoi noi, peggio di così come possiamo andare?

Io parlo del mio di partito perché lo conosco meglio. Che paura ha il mio partito di queste cose? A parte che è lontano anni luce da queste teorie che io quasi non mi azzardo neanche a parlarne in riunione, ma santo dio, dico io, ormai non rappresentiamo più nessuno. Una volta eravamo almeno il partito degli operai, adesso, l’altro giorno in una riunione ho sentito uno che diceva: ”Dobbiamo rappresentare il popolo delle partite IVA”, avevo una voglia si saltar su e dire “mo va a cagher Angelo, te e le partite IVA” invece mi sono trattenuto.

Allora io, quando da grande farò il segretario del PD, dirò che il mio partito vuole rappresentare la speranza di futuro possibile per i nostri figli.

Rappresenteremo loro e rappresenteremo la terra che ci ospita.

E’ lei che ci dà da lavorare, mica Marchionne.