Si è conclusa con una vittoria dell’accusa la seconda udienza del processo milanese sull’affaire derivati. Nella mattinata del 14 luglio il giudice Oscar Magi ha infatti respinto tutte le eccezioni presentate dalle difese – dalla mancata traduzione degli atti all’indeterminatezza del capo d’imputazione – fissando al 22 settembre la nuova udienza in cui si discuterà delle richieste di prova avanzate dalle parti. Prosegue dunque senza intoppi, per ora, quello che è destinato a passare alla storia come il primo processo penale al mondo sul delicatissimo rapporto tra enti pubblici e finanza strutturata. Un tema, quest’ultimo, che ha già attirato l’attenzione di numerosi osservatori internazionali per i quali il procedimento milanese sembra già destinato a fare scuola.

Il processo coinvolge complessivamente quattro banche e 13 persone: i dipendenti di Deutsche Bank Tommaso Zibordi e Carlo Arosio, i loro colleghi di Ubs Gaetano Bassolino (figlio dell’ex governatore campano Antonio), Matteo Stassano e Alessandro Foti, gli operatori di JP Morgan Antonia Creanza, Fulvio Molvetti, Francesco Rossi Ferrini e Simone Rondelli, quelli di Depfa Bank Marco Santarcangelo e Francis William Marrone, l’ex direttore generale del Comune milanese Giorgio Porta e il consulente di Palazzo Marino Mauro Mauri.

Per tutti l’accusa è di truffa aggravata ai danni dell’ente nell’ambito di un processo di ristrutturazione debitoria finito a suo tempo nel mirino del Pm Alfredo Robledo che oggi presiede l’accusa. I fatti risalgono al 2005 quando Palazzo Marino coprì una maxi emissione obbligazionaria (1,68 miliardi a scadenza trentennale) stipulando quei contratti derivati noti come “interest rate swap” che, si sostenne allora, avrebbero protetto il capoluogo dall’oscillazione dei tassi garantendo un risparmio da 57 milioni di euro. Esito finale: 52 milioni bruciati per il capoluogo, oltre cento di profitto per gli istituti. Per l’accusa sono i numeri di una truffa costruita su contratti eccezionalmente complessi, inestricabili, sostanzialmente incomprensibili. Gli imputati respingono ogni addebito.

Il processo milanese resta per ora un fatto isolato ma non è escluso che in futuro possano prendere il via procedimenti analoghi. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’economia sarebbero almeno 664 gli enti pubblici che hanno siglato contratti derivati con le banche per un valore complessivo pari a 35 miliardi, all’incirca un terzo del debito accumulato dagli enti (107). E’ il punto di arrivo di una strategia avviata nel 2002 quando la Finanziaria del secondo governo Berlusconi aveva spalancato per la prima volta agli enti le porte della finanza strutturata. Una scelta che, in linea teorica, avrebbe dovuto migliorare le posizioni debitorie (trasformando i tassi fissi in variabili o viceversa, posticipando le scadenze con i creditori etc.) ma che, al contrario, si sarebbe rivelata fallimentare producendo, alla fine del 2008, perdite complessive per oltre 47 miliardi. Inevitabile, a quel punto, che qualcuno volesse vederci chiaro. Alla fine di ottobre del 2009 gli inquirenti avevano già messo sotto la lente i contratti swap siglati da 40 comuni, 2 regioni (Piemonte e Toscana) e una provincia (Brindisi) per oltre 9 miliardi. Oltre il 25% dei contratti, in altri termini, risultava già allora sospetto. A marzo il Sole 24 Ore ha ipotizzato il possibile avvio in Italia di almeno 45 procedimenti giudiziari.

Ma non è solo l’Italia, come si diceva, a guardare con ansia all’aula di giustizia di Milano. Contese giudiziarie simili sarebbero infatti sul punto di scoppiare anche all’estero. In Germania sono almeno un centinaio gli enti locali invischiati con la finanza creativa. Uno di questi, municipalità di Lipsia, ha già avviato una causa presso l’Alta Corte di Londra contro gli istituti Ubs, Depfa e Landesbank Baden-Württemberg puntando il dito contro i contratti di credit default swap sottoscritti dalla locale società dell’acqua pubblica. Negli Stati Uniti, intanto, diverse amministrazioni locali minacciano di portare in tribunale i “creativi” di Wall Street denunciando un rapporto d’affari rivelatosi distruttivo. Il gravissimo deterioramento dei deficit statali che caratterizza tuttora il Paese non contribuirà certo a placare gli animi.